Tonno di coniglio, un piatto antico per tempi moderni

Se l’idea di un “tonno di coniglio” vi evoca alla mente immagini di personaggi mitologici, mezzo leporide e mezzo pesce, allora non siete piemontesi.
Qui in Piemonte il tonno di coniglio è una ricetta diffusa e conosciuta, in particolar modo nelle campagne, che ora sta ripopolando anche i ristoranti più raffinati.
La parola “tonno” fa riferimento alla consistenza del piatto finito e alla sua conservazione sott’olio, mentre la carne utilizzata è proprio quella del coniglio, ma può essere fatto, con risultati ottimi, anche con altri tipi di carne bianca. Il segreto sta proprio nella fase-tonno: la carne bollita a lungo diventa tenera e si sfilaccia, senza disfarsi, ma è l’olio con gli aromi e il riposo a fare la magia. Dopo 24 o ancora meglio 48 ore vi troverete con una carne saporita, tenera, profumata di aglio e salvia e che si conserva a lungo in frigorifero.


Pare che la ricetta sia stata inventata nel Monferrato, ma è attualmente anche una specialità Langarola: in realtà era diffuso in tutte le realtà contadine della regione, per alcuni motivi.
I conigli venivano macellati ma non esistevano i frigoriferi e i congelatori per conservarli, dunque si ricorreva all’olio, il conservante più antico (e sano!) del mondo.
In secondo luogo i contadini lavoravano per molte ore nelle vigne e nei campi, dall’alba al tramonto; il tonno di coniglio era facilmente trasportabile in vasi di vetro, si gustava freddo e poteva essere preparato con anticipo, interrompendo il lavoro giusto il tempo di rifocillarsi.
E infine…perchè è strepitosamente buono: la lunga cottura in un brodo ricco di aromi, insaporisce la carne, l’olio e la marinatura fanno il resto.
Se siete abituati a portarvi il pranzo in ufficio, questa ricetta è assolutamente da provare, con un po’ di insalatina, magari con l’aggiunta di rondelline di sedano e nocciole spezzettate, sarà un pranzo strepitoso.

La ricetta: Tonno di Coniglio (ricetta modificata da Sapori Piemontesi)
1,5 kg di coniglio (cosce e davantini, già pulito, senza le interiora e la testa)
1 cipolla media
1 pezzo di porro
1 carota
2 coste di sedano
2 foglie di alloro
2/3 rametti di timo
1 ciuffo di prezzemolo
2/3 chiodi di garofano
3 grani di ginepro schiacciati
sale

dopo la cottura:
foglie di salvia e spicchi d’aglio a piacere
olio extravergine di oliva

In una pentola capiente mettere tutti gli aromi per il brodo. Portare ad ebollizione, poi salare ed immergere i pezzi di coniglio lavati bene con acqua e aceto. Far riprendere l’ebollizione e far poi sobbollire per un’ora e mezza.
Spegnere e lasciar intiepidire il coniglio nel suo brodo (brodo ottimo, magro, filtratelo e consumatelo come più vi piace).
Quando la carne è tiepida, ripulirla da tutte le ossa e i nervetti e metterla in una ciotola capiente. Condirla con un filo d’olio ed aggiustare di sale, se occorre.
In vasi di vetro disporre il coniglio a strati e su ogni strato mettere un paio di foglie di salvia e uno (o mezzo) spicchio d’aglio, a seconda del vostro gusto. Coprire di olio, eliminando le bolle d’aria e far riposare al fresco per 24 ore.
Se aspettate 48 ore, il vostro tonno di coniglio sarà ancora più buono.

I golosi rabatòn, il Monferrato e Mayno della Spinetta

Una storia che pare un romanzo e un personaggio che incantò anche Stendhal che, a ragione, lo inserì nel suo scritto “I briganti in Italia” scrivendo:

P { margin-bottom: 0.21cm; }

« Maino di Alessandria è stato
uno degli uomini più notevoli di questo secolo, si faceva chiamare
Imperatore delle Alpi. Nelle sue giornate di rappresentanza o in quelle
in cui passava in rivista la sua banda, compariva con uniformi e
decorazioni tolte ai generali e ad alti funzionari francesi.

»P { margin-bottom: 0.2

Mayno (o Maino) di Alessandria, Mayno della Spinetta o Mayno della Fraschetta sono sempre la medesima persona, destinata a vita immortale, ma in realtà nata da una situazione assai comune a quei tempi.
Il giovane Giuseppe Mayno, originario di Spinetta Marengo, Monferrato, aveva studiato alcuni anni in seminario, ma ne era fuggito, assieme all’amico Paolo, per insofferenza nei confronti delle regole. Aveva appena 16 anni quando fu testimone di una delle più sanguinose battaglie tra francesi e austriaci, nel 1800, la battaglia, presso Marengo, da cui nacque il mito di Napoleone in Italia ed anche – lasciatemelo dire – quella curiosa ricetta che accosta al pollo, i gamberi di fiume e le uova.
Torniamo a Mayno che, indubbiamente segnato dalla ferocia della guerra, ed abituato ad aggirarsi tra i moribondi austriaci, per procurarsi qualche moneta, non doveva essere di stomaco troppo debole.
Abbandonati gli studi e il seminario, si mise a lavorare con il padre, che faceva il carrettiere, e il viaggio, attraverso terre che erano spesso senza alcuna regolamentazione, lo fece entrare in contatto con i briganti del Monferrato e della Liguria, uomini che si erano dati alla macchia per sfuggire alle tasse e ai soprusi francesi. La dominazione francese doveva stare stretta anche ad uno spirito ribelle come quello di Mayno e, tre anni dopo la celebre battaglia di Marengo, ci fu la svolta.

Giuseppe si innamorò della nipote del parroco del paese di Spinetta Marengo, Maria Cristina Ferraris, che era pure la sorella del fedele amico Paolo. A quei tempi non ci si perdeva in chiacchiere e, a soli 19 anni, Mayno era pronto a convolare a nozze.
Il matrimonio si tenne quindi nel febbraio 1803, ma nel pomeriggio stesso, durante la festa di nozze, tra i tanti invitati, fece capolino Lanzone, zio di Giuseppe, brigante da tempo alla macchia in una delle bande più efferate tra Francia e Piemonte. Non che Lanzone fosse arrivato con cattive intenzioni, ma si sa, tra una fetta di salame e un bicchiere di vino, ci si ritrova mezzi ubriachi… e zio e nipote, nel giro di un attimo, si ritrovarono a sparare in aria che “manco a Piedigrotta”.
Ahimè la gendarmeria francese aveva proibito qualsiasi sparatoria, fosse anche per festeggiare, ed intervenne nella faccenda: il risultato fu la morte proprio di alcuni gendarmi.
Io credo che Maria Cristina non la prese troppo bene, nel veder il suo novello sposo abbandonare il tetto coniugale, ancora prima che le nozze fossero consumate.

Forse per l’episodio degli spari durante la festa di nozze, forse per aver disertato alla leva obbligatoria decretata dagli occupanti francesi, ad ogni modo, Giuseppe si vide costretto a seguire lo zio Lanzone, che militava tra le fila del brigante Arragon, una sorta di Carmine Crocco ante-litteram, a metà tra storia e leggenda e che all’epoca seminava davvero il terrore tra chiunque gli si opponesse.

Forse lo avrete già capito, ma io lo ripeto ancora, Giuseppe Maino non era tipo da sottostare a chicchesia e così, Arragon, dopo solo un paio di mesi che Mayno era entrato nella compagnia, morì misteriosamente da avvelenamento di funghi, raccolti proprio nella zona di Spinetta Marengo da Cambiaso, nuovo amico del nostro “eroe”.
Così Giuseppe successe al comando e per ufficializzare la sua ascesa, decise di cambiare il nome della banda, chiamando in causa la religione, in un’epoca in cui gli invasori rappresentavano anche l’ondata anticlericale post-Rivoluzione Francese.
Il nuove nome venne proclamato con una messa officiata dal parroco di Pietrabissara, e si costituì ufficialmente la Compagnia di San Giovanni. Questa presunta santità, pure della banda, faceva da contrapposizione moralizzatrice all’empietà francese. Mayno assunse così la fama di un Robin Hood: restituiva al suo popolo una dignità morale ed economica, ed insieme si vestiva di un affascinante alone di mistero, dovuto ai suoi molti travestimenti, che contribuì ad alimentare il mito. Se ve lo state chiedendo, no! Giuseppe Maino non era uno stinco di santo, anzi, razziava e uccideva a suo gusto…ma che volete eran tempi bui. Se al di qua delle Alpi poteva apparire come un eroe, per il governo francese egli era il 

P { margin-bottom: 0.21cm; }«Terreur des Departements au delà des Alpes ».

Poi, dopo un lungo periodo in cui l’ascesa di Mayno sembrava inarrestabile, dopo l’attacco alla carrozza colma d’oro dell’esercito francese, sbaragliando il colonnello Martin de la Tournière con un duello all’ultimo sangue; dopo l’assalto alle carrozze papali di Pio VII, che si recava a Parigi all’incoronazione di Napoleone; dopo gli sgarri e le umiliazioni perpetrate ai danni del generale Milhaud e al commissario Saliceti, qualcosa andò storto.
E come nei migliori romanzi – e tante volte nella vita reale – quello che fregò il nostro Mayno fu l’amore.
Fin dal principio le visite alla moglie si svolsero sfruttando un nascondiglio che gli permetteva di dileguarsi non appena i gendarmi francesi si avvicinavano. Ma il dispiacere di Mayno nel non poter vivere pienamente la vita familiare, soprattutto dopo la nascita della figlia, si acuì già dal 1804. Passarono ancora due anni, durante i quali la prudenza lasciò spazio sempre più all’improvvisazione, due anni di fughe rocambolesche proprio all’ultimo istante, prima di esser preso, ed infine così andò.
Il 12 aprile 1806, gli venne tesa un’imboscata dalle dinamiche non chiare, tanto che i gendarmi francesi si contraddirono più volte nel riferirne, e Mayno, così come era sorto, tramontò, colpito da una fucilata e morto sul colpo, non prima di aver inferto a sua volta ferite mortali agli assalitori.
Il suo corpo martoriato dai colpi di pallottola e dalle sciabolate venne esposto in Piazza d’Armi ad Alessandria con il cartello: Così finisce Giuseppe Mayno della Spinetta, brigante.
Venne poi sepolto in una fossa comune, nudo,  i suoi vestiti venduti come ricordo o reliquia di un uomo che, nel bene o nel male, non si volle piegare, e da lì iniziò la sua leggenda. 
[Fonti: 
– http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Mayno
– http://www.inchiostrofresco.it/biografie/2014/09/18/storia-leggenda-straordinaria-vita-brigante-maino/ (un grazie enorme a questo testo esaurientissimo!)
– http://pulcinella291.forumfree.it ]
Non so a voi, ma a me questa storia ha messo appetito e come rendere onore a Mayno della Spinetta se non con una ricetta tipica del suo territorio?
Ecco a voi i Rabatòn, a base di ricotta uova ed erbette e gratinati al forno, croccanti fuori e teneri dentro, proprio come quel bravaccio di Mayno!
Il nome Rabatòn deriva da “rotolare” il gesto che si fa sulla spianatoia per dare la forma tipica.

La ricetta: Rabatòn
350 g circa di erbette (io borragine, spinacino, bietoline, cicoria surgelate dalla primavera – si usano anche: ortica, luppolo, tarassaco, silene, papavero)
1 noce di burro
1 spicchio d’aglio
125 g di ricotta sgocciolata
40 g di Parmigiano Reggiano
1 uovo
pan grattato q.b.
1 ramettino di prezzemolo e 1 di maggiorana
2 cucchiai di farina
sale

Sbollentare le erbette e strizzarle, poi tritarle e insaporirle in padella con burro e aglio.
Metterle in una terrina ed aggiungervi la ricotta, l’uovo, con un pizzico di sale, il parmigiano, prezzemolo tritato e maggiorana, e formare un impasto omogeneo; poi aggiungere il pangrattato fino a trovare una consistenza lavorabile.
Spargere sulla spianatoia la farina; formare con le mani dei cilindri in impasto e farli poi rotolare sulla farina, fino a renderli regolari.
Lessare i cilindri in acqua salata, pochi per volta e poi disporli in una pirofila imburrata, infornando a gratinare in forno già caldo a 190°.

#feelingoodmonferrato – diario di una scoperta

Il Monferrato entra ufficialmente a far parte del Patrimonio dell’Unesco proprio in questi giorni, assieme a Langhe e Roero.
Qualcuno di voi si ricorderà del mio video di presentazione per #feelingoodmonferrato, il format-blog-tour inventato da Alexala, ente turistico della Provincia di Alessandria, per far conoscere le attrattive del proprio territorio girando e giocando e comunicando a livello dei social media.
Conoscevo già qualcosa del Monferrato, ma visitare in questa nuova chiave il territorio alessandrino è stato stimolante ed arricchente...
Prima di cimentarmi nel racconto del mio personale #feelingoodmonferrato, mi sono chiesta quale fosse il modo migliore per descrivere  i posti visti e le esperienze vissute. Talvolta, riportati per iscritto, alcuni viaggi del cuore risultano sminuiti e quindi ho sì fatto un diario puntuale e fedele, sulla falsariga delle mie pubblicazioni in tempo reale su instagram, (e le trovate qui sul blog, nei post precedenti a questo) ma ho anche deciso, per il post ufficiale da condividere sul sito di Alexala, di esternare ai miei lettori le suggestioni di questo weekend intenso e ricco, arricchito altresì da persone che molto avevavano da condividere in termini di carattere e interiorità, quello che mi ha colpito ma anche quello che vorrei vedere, che vorrei ancora conoscere di questa terra così ricca di spunti.
Partiamo dal principio: una superba accoglienza all’Hotel Alli Due Buoi Rossi e la gentilezza del nuovo chef che ci ha preparato una cena particolarmente curata.

Potete leggere tutto a questo link e tener presente questo albergo, se cercate un posto che sia proprio nel centro di Alessandria, a 5 minuti dalla stazione ferroviaria ed altri 5 dalle vie dello shopping.

Il nostro primo giorno iniziava proprio da qui, con un sms: “farai una GITA IN CAMPAGNA con l’abito giusto: trovalo!”.
Da negata dello shopping, pensavo che per cercare un outfit per una determinata occasione bisognasse farsi un’idea in testa ed andare di negozio in negozio cercando di realizzarla. Mi è stato detto, invece, (grazie Giusy) che l’approccio è sbagliato. Meglio avventurarsi con la mente a tabula rasa per farsi conquistare dai colori e dalle linee. Se anche voi siete della corrente “Chi cerca trova” provate questo nuovo approccio. Girate per negozi – noi ad Alessandria ne abbiamo girati ben 11 – toccate anche quegli abiti che non vi sembrano congeniali di primo impatto, e di sicuro, nella grande offerta a disposizione, troverete quello che fa per voi. Alessandria è una città che assomiglia a una gran dama e lo shopping tra le sue vie tocca boutiques davvero eleganti e raffinate, ma lontane dalla moda più mainstream del momento, per un’eleganza attuale ma davvero senza tempo.
Questo l’outfit scelto da me per una giornata in campagna nel delizioso negozio La Maison75 di Galleria Guerci:

Se volete sbirciare tra i negozi visitati e dove abbiamo fatto un delizioso pranzetto con vini davvero ottimi, trovate tutto a questo link.
To do list per una prossima visita:
– un lungo giro da foodblogger nella via San Lorenzo, la via dei negozi di alimentari e gastronomie, perchè ad Alessandria se c’è qualcosa di speciale a tavola allora “viene da via San Lorenzo”;
– visitare la fabbrica Borsalino, doe nasce il cappello più famoso al mondo, che ha dato tanto all’economia di questa città;
– assaggiare la Polenta di Marengo, la torta più celebre di Alessandria a base di farina di mais.
Diciamocelo, la sola idea delle Terme mette nel cuore un’idea di relax che già in partenza fa molto. La Spa Lago delle Sorgenti di Acqui è particolarmente accogliente e raffinata e ha un percorso olistico completo.
La ragione per cui dovreste sceglierla tra tante è il percorso dei suoni, le campane tibetane all’interno della stanza di vapore e, soprattutto, il bagno di gong, che risveglia emozioni sopite e profonde e libera di tutto quello che vorremmo lasciar andare ma ancora teniamo dentro.

Acqui Terme è da visitare, non solo per le sue terme, ma per il nucleo storico più alto, medievale, con le viuzze che si snodano tra antichi palazzi, come carrugi liguri, fin quando si apre all’improvviso la piazza del Duomo, alta e in pendenza.
Da fotografare e toccare La Bollente, che da sotto l’edicola ottocentesca sgorga a 74,5° risalendo dalle profondità della terra. 

Menzione d’onore da parte mia va al ristorante dove abbiamo cenato, l’Osteria Enoteca La Curia, con una cena di piatti del territorio, con plin grassottelli e saporiti, stupefacenti per chi come me è abituato a quelli piccolini, ma meno corposi dell’albese. 
Notevole anche il filetto baciato, specialità pregiata e rara di Ponzone – perchè, si sa, non esiste un albero dei filetti… – ottenuto avvolgendo il filetto in pasta di salame ed effettuando la stagionatura in budello sintetico che meglio accompagna la riduzione di volume dei due prodotti accostati.

To do list per una prossima visita:
– vedere da vicino quel che resta dell’antico acquedotto romano;
– fare un giro a Visone da Canelin, rinomatissima dolciaria del territorio che produce torroni al miele con le nocciole della zona;
– provare una delle ricette acquesi a base di baccalà, che ricorda quanto questa zona sia vicino alla liguria e al mare;
– scoprire qualcosa dell’antico quartiere ebraico di Acqui.

Il nostro secondo giorno di visite e sfide ci dà un assaggio dell’alta concentrazione dei castelli del Monferrato, tra la zona della Val Bormida e quella dell’Alto Monferrato Ovadese. Ci siamo trovati, all’Agriturismo Podere La Rossa, a Morsasco, circondati da colline alcune più dolci, altre più aspre; alcuni punti erano particolarmente boschivi altri si aprivano con sprazzi di vigna; ogni collina sulla visuale aveva il suo castello in cima: Rocca Grimalda, Cremolino, Trisobbio ed altri. Non era facile distinguerli con la foschia, ma da lì dovevano essere visibili almeno tre, che un tempo comunicavano tra loro per difendere il territorio. Questa zona è stata accomunata alla Francia per i suoi castelli, ma anche per i suoi vini. Il Dolcetto di Ovada, che non è un vino dolce, lo dico per i non-piemontesi, ma del quale si ha notizia a partire dal XVIII secolo, coltivato ad
Acqui e ad Alessandria. Naturalmente amabile non ha bisogno di lungo invecchiamento o di affinatura in botte di legno e si abbina agli antipasti piemontesi, alla pasta ripiena, alle carni non troppo elaborate.
Qui producono anche dell’ottima Barbera, questa sì, che più si presta all’invecchiamento.

Se volete scoprire qualcosa di più dell’esperienza “Vedo -Tocco-Annuso” all’Agriturismo La Rossa, che è un percorso dedicato ai bimbi e ai grandi, trovate tutto a questo link.
To do list per una prossima visita:
– visitare uno di questi castelli, anche più di uno se possibile, tutti diversi per epoca, storia, tesori nascosti;
– fare una scorpacciata di Brachetto in quel di Strevi per accompagnare tutti i miei prossimi dolci;
– scoprire un piatto antico e tipico come la Perbureira, minestra tradizionale del paese di Rocca Grimalda, con fagioli e lasagne.

A Novi Ligure, le mie aspettative di serena e rilassante passeggiata tra le colline monferrine è stata disillusa. 
Sfida di potenza e gara su mezzi improbabili mi hanno spezzato all’istante la digestione. Se amate come me le lunghe (e placide) passeggiate in bicicletta, potete recuperare l’outfit “giornata in campagna” corredarlo di cesta da pic nic ed avventurarvi su una vecchia graziella per i dolci pendii del Monferrato. Se avete un animo più sportivo potete noleggiare una mountain bike qui a Novi e fare lo stesso giro, magari un po’ meno romantico. A Novi si trova però una tappa che non ci si può perdere: il Museo dei Campionissimi.
Si tratta di un grande museo, unico nel suo genere in Italia, con una serie infinita di reperti ciclistici: da Leonardo da Vinci ai nostri giorni, dalla prima bicicletta Bianchi al femminile a quella interamente costruita in legno, ai più bizzarri cicli da lavoro, ovviamente insieme alle bici da corsa che hanno fatto la storia del ciclismo italiano.
To do list per una prossima visita:
– fare questa benedetta rilassante passeggiata sulle colline;
– scoprire qualcosa di più su Novi Ligure che è bellissima, una piccola Genova dai palazzi nobiliari dipinti e dai superbi misteriosi cortili. 

Dopo le fatiche ciclistiche del pomeriggio, un breve viaggio ci attende per svelarci un paesaggio completamente nuovo ed affascinante. Siamo in Val Borbera. Il nome del torrente significa “acqua che scorre vorticosamente” ed è proprio così: in fondo ai crinali ecco scorrere laggiù il torrente Borbera. 
Sui fianchi delle colline che sono qui quasi montagne ecco i calanchi, formazioni argillose brulle, dove l’erba non attecchisce. La difficile accessibilità ha fatto sì che il dialetto parlato nei paesi della Val Borbera resti una forma del dialetto ligure, diversa dal piemontese di altre zone.
Il paese dove si trova l’Agriturismo Vallenostra, Mongiardino Ligure conta circa 180 abitanti e il formaggio che vi si produce, il Montebore, presidio Slowfood, è qui un’istituzione. Come tutte le cose difficili da produrre si stava perdendo e solo un rigoroso recupero ha fatto sì che tornasse agli onori della cronaca, dopo essere stato nei tempi passati il formaggio scelto da Leonardo da Vinci per il banchetto di Isabella d’Aragona. La sua composizione è mista ed è rigorosamente di latte crudo vaccino e ovino (e talvolta anche caprino). Le formette vengono sovrapposte a tre a tre per ricordare la sagoma delle torri del territorio e vengono lasciate stagionare.
Esiste anche il Monteborone, composto da 5 forme sovrapposte e molto più stagionato.
Vallenostra produce anche un’altra vasta gamma di formaggi a latte crudo e se non potete farci un salto, val la pena di fare un ordine per provare le sue prelibatezze.
Dei formaggi deliziosi abbiamo avuto un soddisfacente assaggio (lo chiamiamo assaggio? Io mi sarei fermata lì!) a inizio cena, insieme a tanti piatti semplici e saporitissimi, tanto che nessuno voleva rinunciare a nulla, sebbene si fosse tutti parecchio sazi.

To do list per una prossima visita:
– mangiare tutto – ma proprio tutto, anche quello che stavolta non ci stava- l’Agriturismo Vallenostra è da incorniciare in quanto a qualità del cibo, con la certezza che tutto quello che arriva sulla vostra tavola è prodotto da loro stessi;
– fare un giro nei paesi fantasma, paeselli della zona che a causa dell’emigrazione hanno perso gran parte dei propri abitanti;
– trovare una cantina di Timorasso per una degustazione guidata: è un vino che merita!
Il nostro terzo giorno inizia con un paesaggio che ci stupisce. 
Siamo nel territorio di Casale Monferrato, le colline cambiano forma e colore per darci il benvenuto.
Casale è stata per secoli la rivale naturale di Alessandria, tanto da riuscire a rubarle, durante una scorreria, un preziosissimo crocifisso medievale in argento, oggi conservato nel Duomo di Sant’Evasio. Sotto il dominio dei Gonzaga divenne una delle più belle ed avanzate cittadelle monferrine.
Al ristorante La Torre, presso l’Hotel Candiani, qualcun altro ci aspettava, lo chef Roberto Robotti, ansioso di vederci ai fornelli ma soprattutto di spiegarci qualcosina sulla cucina kosher e sui suoi fondamenti. 
Casale ebbe per secoli un’importantissima ed ingente comunità ebraica tra i suoi abitanti, tanto che in una delle sue piazze più importanti troneggia una statua del Re Carlo Alberto che concesse con lo Statuto Albertino la libertà di culto a tutte le minoranze nel regno di Savoia, anche se in realtà fu dal 1570 che Guglielmo Gonzaga concesse agli ebrei di Casale e di altri centri del Monferrato di professare liberamente la loro religione, decretendo così lo sviluppo economico di questa città.

Se volete dettagli sulla sfida culinaria potete guardare  questo link.
Qui il nostro pranzo kosher, sintetizzato in un’immagine:

Nel pomeriggio ci aspetta la Sinagoga, la più bella del Piemonte, perchè gli ebrei di Casale subirono l’influsso del decorativismo cattolico e vollero una sinagoga altrettanto magnificiente, sebbene dall’esterno non si intuisca nulla, in linea con quelle che erano le regole pre-Statuto Albertino. Peccato non aver potuto fotografare nulla…

Subito dopo tocca a Sant’Evasio, il Duomo, capolavoro del romanico perfettamente conservato:

Non possiamo passare da Casale senza rendere omaggio ai suoi Krumiri, i biscotti nati in una serata di bisboccia, dedicati ai baffi dell’allora Re d’Italia Vittorio Emanuele.

Prendiamo giusto un biscotto per darci la carica e per consentirci di arrampicarci fino in cima alla Torre Civica, 60 metri di altezza, dalla quale si gode la vista di tutta Casale.

L’ultima visita la merita il Teatro Municipale, coevo del Teatro alla Scala di Milano, una vera bomboniera ottocentesca, considerato uno dei più belli del Nord Italia per gli interni, paragonabili a quelli del Teatro Carignano di Torino, e ancora centro della vita culturale di Casale.

To do list per una prossima visita:
– una più lenta visita della città: ci sono molti palazzi e monumenti da visitare, alcuni molto belli che meritano più tempo;
– il castello dei Paleologi, 900 anni di storia, per me da non perdere;
– un giro per il Monferrato casalese, la cui dolcezza abbiao potuto solo intuire e che vanta luoghi e viste davvero commoventi.
Un ringraziamento speciale va ad ATL Alexala, a Mirella Maestri – preparatissima – a Lara Bianchi, alle due Valentine, a Sara Fiorentino, a Giorgio, dal quale temiamo il frutto delle sue riprese, a Franco del Podere La Rossa, per avermi premiata, a tutti coloro che hanno cucinato per noi – così tanto e così bene!
Per ultimi voglio ringraziare i miei compagni di viaggio, Giusy, Anthea, Gian Luca, Valentina e Manuela, con i quali abbiamo creato un gruppo affiatato, il primo ingrediente e quello fontamentale per far sì che un viaggio, qualunque viaggio, sia un successo
Spero che i miei ricordi, insieme ai miei propositi, possano ispirare qualcuno che si approccia alla visita della terra così multiforme e varia che è il Monferrato.

Se il mio
post vi è sembrato interessante e avete piacere di esprimere una
preferenza, sono in gara con gli altri blogger per il post/diario di
viaggio più bello.
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#feelingoodmonferrato – diario di bordo – giorno 3

domenica 8 giugno 2014

Ultimo giorno di #feelingoodmonferrato.
La giornata è dedicata al mondo del food, ma il tema è insolito. Infatti, mentre ci addentreremo nel territorio di Casale Monferrato, indagheremo le usanze culinarie di una presenza importante nei secoli nel territorio, la presenza della comunità ebraica.
Intanto ci siamo lasciati stupire da un paesaggio incantevole, una sorpresa, campi gialli di grano che sembra di essere molto più a sud.

A Casale ci attendono al Ristorante La Torre presso l’Hotel Candiani, dove lo chef Roberto Robotti ci guida in un vero e proprio viaggio del sapore. Le regole dell’alimentazione kosher – consentita a chi è osservante – sono davvero tante.
Le principali riguardano le carni e i pesci e le uova. Severamente proibita è la mescolanza tra le carni e i derivati del latte, il mangiare cibi prepararti di sabato, la carne di maiale e di crostacei e molluschi, ma questa è solo una semplificazione. In realtà le prescrizioni sono davvero articolate, un vero stile di vita rigoroso, che però è anche affascinante da indagare per scoprirne le ragioni.
Lo Chef Robotti inizia la sua lezione di avvicinamento alla cucina kosher dal pasto tipico di Pesach: un pasto rituale che si consuma prima del vero pasto: erbe amare, erbe aromatiche, le azzime, l’uovo sodo, la zampa di capretto o la barbabietola, la composta dolce con miele e frutta secca.

Tutto questi cibi hanno un preciso significato
Anche questa giornata c’è una sfida: suddivisi in coppie di due ci cimentiamo nella preparazione di alcune ricette tipiche della tradizione ebraica.
Anthea e Giusy prepararno le lasagne di azzime, nella ricetta di Casale Monferrato, con spinaci, uvetta e pinoli, ricetta tradizionale di Pesach.
Gian Luca e Valentina si mettono all’opera con la Shakshuka, un piatto sugoso con melanzane, peperoni e cipolle, incredibilmente versatile e saporito.
Io e Manuela siamo scelte per la preparazione del dolce, una morbida e cremosa Torta di Riso, tipica della festa di Shavuot.
Le ricette sono semplici, e sicuramente le riproporrò sul blog con delle foto degne. Per ora accontentatevi di vederle così:
Eccoci tutti insieme mentre pranziamo con i piatti preparati da noi. 
La coppia risultata vincente questa volta è quella di Gian Luca e Valentina con la loro Shakshuka.
Dopo il pranzo, questa volta leggero se confrontato con le abbuffate dei giorni precedenti, ci avventuriamo alla scoperta di Casale Monferrato che nasconde davvero tante sorprese.
Partiamo da una veloce visita della Sinagoga, antichissima e piena di segreti da scoprire. 
Gli ebrei di Casale furono influenzati dalla Chiesa Cattolica per ciò che riguarda la decorazione della loro sinagoga. Ciò significa che la decorazione, purtroppo non fotografabile, è ricchissima.
Scopriamo qui anche qualche informazione in più sulle tradizioni ebraiche.
Purtroppo il tempo è tiranno in quest’ultima giornata.
Una visita, pur veloce, la merita anche la Cattedrale di Sant’Evasio, gioiello romanico, che sarebbe da esplorare con più calma.
In un solo collage non riesco a rendere l’idea di quale capolavoro del romanico essa sia
Poi un salto ad assaggiare i krumiri di Casale, i celebri biscotti a forma di baffo, inventati nel 18 proprio sul modello dei baffi del Re Vittorio Emanuele.
E ancora il bellissimo teatro municipale ottocentesco, coevo della Scala di Milano, dietro alla cui facciata si nasconde un interno fastoso che rievoca davvero le grandes soirèes della borghesia casalese:
Sulle immagini del teatro si conclude la nostra avventura a Casale per #feelingoodmonferrato.
Naturalemente non può mancare un post riassuntivo che in via più generale del territorio: inutile dirlo, il Monferrato non è solo quello che abbiamo visto, ma anche quello che abbiamo intuito dai finestrini del nostro pulmino, o dietro le facciate dei bei palazzi. Ci sono tante cose viste e tante altre ancora da scoprire, assaggiare, raccontare.

#feelingoodmonferrato – diario di bordo – giorno 2

sabato 7 giugno 2014

La giornata di sabato per #feelingoodmonferrato è quella dedicata all’outdoor. Ci aspettano attività all’aria aperta.
La prima si svolge all’Agriturismo Podere La Rossa, situato su un crocevia di strade tra i territori di Morsasco, Cremolino, Trisobbio e Prasco.

Il territorio è tra l’acquese e l’ovadese, tra terre da vino, castelli e boschi. Qui siamo chiamati ad immergerci nella natura circostante l’Agriturismo e, con poche indicazioni preliminari, metterci alla prova. “Vedo-tocco-annuso” è la parola d’ordine.

“Vedo” comporta il tentativo di riconoscimento delle sagome dei castelli circostanti, con l’aiuto dlla mappa, e delle tracce di animali.

Per quanto riguarda i castelli devo davvero dirvi cosa son riuscita a riconoscere nella foschia?
L’opinione che andava per la maggiore era che si trattasse dell’impronta di un cinghiale: si capisce che siamo cittadini?

 Per ciò che riguarda il “Tocco” me la sono cavata meglio:

Abbiamo imparato a riconoscere il Dolcetto dal colore delle sue venature e dalla grana della sua foglia e a distinguerlo dal Barbera

Ecco la quercia:

e l’acacia:

Con il vino è stato per me più semplice completare l’esperienza “Annuso”:

Il profumo di confettura di prugna l’ho sentito, i tannini è impossibile non sentirli, il grado alcoolico lo sentiremo anche dopo
In contemplazione degli archetti/glicerine della struttura del Dolcetto
Il Dolcetto si fa in vigna mentre il Barbera si fa in cantina: è dotato di un’acidità più spiccata che consente di abbinarlo alla carne
A questa esperienza segue un buonissimo pranzo e la premiazione per il lavoro svolto in mattinata.
A sorpresa vengo eletta vincitrice dell’esperienza, non perchè abbia azzeccato più degli altri, ma perchè ho svolto bene il mio compitino “vedendo-toccando e annusando” nel migliore dei modi.
Il premio è fantastico:
Il pomeriggio prosegue all’insegna dell’#outdoor ed io mi ero fatta un’idea troppo romantica della passeggiata in bicicletta sulle colline. Immaginate la mia faccia quando, arrivati a Novi Ligure, mi sono trovata davanti a questo: 
E immaginate il mio piazzamento… invece è Manuela a vincere la gara di potenza sulla bici a scatto fisso e la successiva corsa intorno al paese. Un po’ più difficoltosa il giro della piazza principale di Novi su mezzi prestati dal museo dei campionissimi, tra bimbi urlanti e frenetici.
Novi è deliziosa, come una piccola Genova, con i suoi palazzi dalle facciate dipinte ricchissimamente. Questa città ha dato i natali a Costante Girardengo e a Fausto Coppi e quindi ben si può comprendere quanto sia emotivamente legata al ciclismo.
Assolutamente da non perdere il Museo dei Campionissimi con biciclette antiche e moderne e tutta la storia della bicicletta dagli albori ai nostri giorni.
Siamo di nuovo in pulmino, via verso la Val Borbera, in un paesaggio di nuovo completamente differente da quelli già visti. Le alture si fanno un poco più aspre, siamo vicini alla Liguria, e in fondo alle vallate scorre il torrente Borbera.
E proprio in questo territorio nasce un formaggio speciale: da latte crudo vaccino e ovino, con, talvolta ma non sempre, una piccola percentuale di latte caprino, si produce il Montèbore. La leggenda narra che Leonardo Da Vinci, cerimoniere del banchetto per le nozze di Isabella d’Aragona, scelse questo tra i formaggi da portare in tavola. Si tratta di un formaggio antico, risalente almeno all’anno 1000, che si stava estinguendo e che dal 1999 è stato recuperato assieme alle tecniche per produrlo.
Al Caseificio ed Agriturismo Vallenostra di Mongiardino Ligure non producono solo il Montebore ma tanti altri formaggi a latte crudo e in più fanno adottare le proprie pecore, dando in cambio i loro prodotti.
Al ristorante Vallenostra abbandoniamo ogni pudore a tavola. Sebbene provati dai pasti precedenti non riuscivamo davvero ad essere morigeratiFormaggi incredibili accompagnati da una favolosa focaccia, piatti straordinari annaffiati da ottimo Timorasso.
Con questa cena straordinaria si conclude la giornata. L’ultima che ci aspetta è quella a tema food, in una zona ancora diversa per paesaggio ed offerta, il Monferrato casalese.

#feelingoodmonferrato – diario di bordo – giorno 1

venerdì 6 giugno 2014
La sveglia suona e #feelingoodmonferrato ha ufficialmente inizio!
La giornata #fashion&wellness ci attende, Giusy e Anthea sono prontissime, noi altri un po’ meno. Io vengo subito reclutata per introdurre la prima prova alla telecamera: la ricerca dell’outfit perfetto per una giornata in campagna. Ognuno ha il suo tema ed ognuno sceglierà l’abbigliamento più adatto nelle boutiques del centro di Alessandria.
Alessandria è una città dall’aria signorile, come una dama di altri tempi, lenta e discreta, e il centro sembra fatto apposta per chiacchierare in uno dei suoi caffè o per un lento e piacevole shopping tra i suoi negozi.
La prima tappa è da Michela Mode, un negozio dall’aria d’altri tempi, una boutique piccolissima con sartoria annessa, per piccole e grandi modifiche.

Nella seconda boutique, Onires, i pois non mancavano… l’idea di un look campestre, ma anni ’50-’60 mi solleticava la fantasia…ma qui da Onires non c’era ancora quel che cercavo.

é la volta di un negozio di solo abbigliamento maschile: Trimmer’s

Qui invece, da J_Berry, ho trovato più di uno spunto, ma non posso ancora fermarmi e scegliere…c’è ancora tanto da vedere!
è il momento di Bizaar: fantasie deliziose su pantaloni alla caviglia e su magliette:
E se invece dei pantaloni scegliessi una gonna come quelle di Corso Roma?
In Via dell’Erba è stato impossibile non essere attratta dal lato del negozio dedicato ai complementi d’arredo: vorrei una casa shabby così!
Da Ferrari il “quadretto” c’è! Ma forse qualcosa mi aspetta ancora. Impossibile però non soffermarsi sugli incantevoli foulard…uno di questi starebbe davvero bene tra i miei capelli!!
Atmosfera sognante da Amidali, laboratorio di abiti, dove trovo fantasie delicatissime che “quasi profumano”!
Mcs è per uomo…ma non posso fare a meno di pensare a quei quadrettini che andrebbero bene anche per un look al femminile!
L’ultimo negozio si trova nella stupenda Galleria Guerci, una galleria urbana sul modello delle galéries commerciali di fine ‘800, con copertura in ferro e vetro. Non è un caso se la galleria è conosciuta ad Alessandria per il locale più celebre che vi si trova, la storica Pasticceria Bonadeo, famosa soprattutto per la Polenta del Marengo, tipica torta alessandrina preparata con farina di mais, e per altri biscotti e leccornie. Roba che non poteva non attirare una foodblogger…anche una impegnata in una prova fashion!!
Appena arrivo davanti alla vetrina di La Maison Settantacinque capisco che il mio viaggio mi portava proprio lì. L’idea del look anni ’50 con pantaloni a vita alta, camicetta a quadretty vichy e foulard tra i capelli, svanisce per lasciare il posto a un look ancora più romantico!

Grazie all’aiuto di Silvia sono pronta in 5 minuti e sono pure la prima a condividere il mio selfie per la sfida della mattinata!

La sfida è aperta però! Solo chi riceverà più like sui social avrà dieci punti in più per cercare di vincere #feelingoodmonferrato!

A pranzo l’atmosfera accogliente del Mezzo Litro, Vineria con Cucina ci attende!
Qui ogni giorno una cucina semplice ma ricercata si accompagna a vini d’eccellenza. Ecco cosa abbiamo mangiato:

Finito il pranzo tutti in pulmino verso le terme di Acqui,

Le Terme Lago delle Sorgenti si trovano ad Acqui, dove i percorsi termali esistono dall’epoca romana.
Il relax dura un pomeriggio intero, ma se si vuole si possono prolungare i tempi di permanenza in molte delle zone, per una giornata intera di cura di se stessi. La particolarità che riguarda queste terme è la presenza della suono-terapia: grazie alla presenza delle ciotole tibetane nel bagno di vapore, e di due gong in una delle aree relax, la cura del corpo sfocia nella cura dello spirito.
La giornata si conclude con la visita di Acqui Terme, cittadina deliziosa, con un nucleo medievale davvero bello. Da segnalare, naturalmente la Bollente, sorgente all’interno della città da cui sfocia acqua a 75°.
La cena al ristorante Osteria Enoteca La Curia è davvero speciale. So che mi sentirete dire questa cosa diverse volte nel racconto di #feelingoodmonferrato, e risulterò poco credibile. Allora venite alla Curia e assaggiate il filetto baciato, i plin fatti come si usa da queste parti, più grossi di quelli langaroli e belli cicciotti, lo stinco di fassona cotto lentamente fino a diventare morbidissimo, quasi scioglievole, e allora, come San Tommaso, crederete!

#feelingoodmonferrato – diario di bordo – giorno 0

giovedì 5 giugno2014

Arrivo verso le 18,30 in un’assolatissima Alessandria per prendere parte a questo blogtour che è anche un’avventura…
L’albergo Alli Due Buoi Rossi è pronto ad accogliermi e con me le altre blogger: Manuela, Anthea, Giusy e Valentina. Gianluca
ci raggiungerà domani… ha avuto un contrattempo… o forse volevi
scamparti la prova di domattina? Ci hanno fatto capire che questo tour
dovremo guadagnarcelo! ;D
Ecco il mio compagno di stanza, mi aspettava qui: che #feelingoodmonferrato abbia inizio!
Da foodblogger non posso che mettere l’accento sulla cena della sera, nel ristorante Due Buoi Rossi,
all’interno dell’albergo: piatti deliziosi accompagnati da buonissimi
vini, in particolare il Barbera, che all’assaggio e per i profumi
sembrava davvero un vino più complesso.
Lo
chef, da pochissimo a capo di questa brigata di cucina si è presentato e
ci ha raccontato l’imminente cena: tradizionalissima ma con note
ammiccanti all’Oriente, in particolare per ciò che riguarda l’utilizzo
delle spezie e la croccantezza delle verdure.

Lo Chef ci racconta la cena e va particolarmente fiero del suo pane e delle sue salse: un invito a fare scarpetta?

Ci
dicono che è un amuse-bouche e noi non ci facciamo pregare per
divertirci: lingua di manzo scottata su salsa di capperi con insalatina
di stagione e fiore di zucca in pastella

Stasera il tonno è di gallina, adagiato su crema di ricotta di pecora con nocciole e accompagnato da spinacino fresco
Tajarin con ragù di coniglio e asparagi: finissimi e saporiti, una vera delizia!
E nel piatto restò solo un fegatino!
La salsa non ci è stata svelata! Manzo cotto a bassissima temperatura (dalla sera precedente) su salsa al pomodoro e…qualcos’altro…con puré di patate e barba di frate croccante.
Dulcis in fundo…più dolce di così! Meringa, con fragole, crema pasticcera e caramello!

La giornata di domani sarà più impegnativa… è già arrivato il tweet personale per la fashion avventura di domani: +atlalexala mi scrive:

andrà in giro x i negozi di . farai una GITA IN CAMPAGNA con l’abito giusto: trovalo!

Ho già qualcosa in mente, chissà se riuscirò a trovarlo! 😀

Ed ora buonanotte!

<<…Era una principessa. Ma come l’avevano ridotta la pioggia
e il temporale! L’acqua cadeva a rivoli dai suoi capelli e dai suoi vestiti, e
le entrava nelle scarpe, uscendone dalla suola. Tuttavia ella si presentò
affermando di essere una vera principessa. “E’ ciò che sapremo presto
” pensò la vecchia regina, e senza dire nulla a nessuno entrò in una
camera e mise un pisello nel letto che era in mezzo alla stanza. Quindi prese
venti materassi, li stese uno sopra l’altro sul pisello, e vi aggiunse ancora
venti piumini. Era quello il letto destinato alla principessa sconosciuta. La
principessa venne accompagnata nella camera che le era stata destinata, e si
coricò…>> [H. C. Andersen]

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