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Molini Bongiovanni – dal chicco di grano alla pagnotta Un visita ai Molini Bongiovanni di Cambiano

È finalmente giunto il momento di raccontare della mia esperienza di visita presso i Molini Bongiovanni di Cambiano
La visita è avvenuta a luglio e già tempo fa ho pubblicato lo storify della giornata, ma da Twitter mi sono giunte richieste di raccontare qualcosina in più riguardo al corso di panificazione tenuto dal Maestro panificatore Giovanni Gandino.

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Zucche di pane di zucca…

Un pane alla zucca a forma di zucca e l’ennesima occasione per farne il pieno questo autunno!!!

Ho trovato la ricetta qui sul blog Melagranata… ho modificato leggermente le proporzioni degli ingredienti e ho aggiunto del rosmarino fresco triturato. Il risultato è stato un pane dal bel colore, lievemente tendente al dolce, profumatissimo di rosmarino e con una forma speciale!!!
La ricetta: Zucche di pan di zucca
400 g di farina tipo 0
20 g di lievito di birra
2 cucchiai di olio evo
240 g di polpa di zucca già cotta in forno e liberata dalla scorza
160 ml di latte
1/2 cucchiaino di miele
1 cucchiaino e mezzo di sale fino
due rametti di rosmarino
Ho frullato la polpa di zucca fino ad ottenere una crema morbida, aggiungendo qualche cucchiaio di latte se la polpa è molto asciutta.
Ho sciolto nel restante latte, leggermente intiepidito, il miele, il lievito di birra ed ho aggiunto anche l’olio d’oliva extravergine.
Ho triturato i rametti di rosmarino, fini fini con le forbici.
Ho aggiunto la polpa di zucca alla farina e poi la miscela di latte, lievito e olio. 
Per ultimi ho aggiunto il sale e il rosmarino triturato.
Ho dato un’impastata veloce e poi rimesso nella ciotola, coperto con pellicola e messo al caldo per far lievitare.
Dopo due ore e mezza ho ripreso il pane, l’ho diviso in due parti e ho fatto ad entrambi un giro di pieghe per pani farciti, come spiegato qui.
Sulla teglia ho messo tre pezzi di spago da cucina disposti a forma di stella, vi ho adagiato metà dell’impasto e ho richiuso sulla sommità dando la forma tipica degli spicchi di zucca. Ho ripetuto la procedura con la seconda pagnotta. Ho ricoperto con farina e un panno pulito e lasciato lievitare un’altra mezz’ora.
Nel frattempo ho scaldato il forno. I miei pani hanno cotto a 180° per 40 minuti.



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La treccia di pane e il 6° World Bread Day

E’ il sesto anno che si festeggia questa ricorrenza, in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Alimentazione. Il pane è uno degli elementi che ogni giorno si trova sulle nostre tavole, il pane è antico, ancestrale, ma spesso lo diamo per scontato, quando invece per molti abitanti di questo pianeta, anzi per la maggior parte, è fondamento dell’alimentazione e spesso è insufficiente.
Cuocendo un pane non si risolve il problema della fame del mondo, ma è come porgere virtualmente una pagnotta a chi non ce l’ha.
Non ero preparata, me ne sono accorta oggi girando un po’ tra i blog. La ricetta che propongo per questa giornata è un pane che faccio spesso, non è a lievitazione lunga, ma viene ugualmente croccante fuori e morbido morbido all’interno, con la mollica soffice ma compatta. La sua pecca è la conservazione in quanto tende a perdere croccantezza. D’altra parte, facendone piccole quantità per volta, raramente si è presentato il problema della conservazione!
Le foto sono bruttine perchè le ho fatte con il telefono qualche pane fa… quello in foto, comunque è fatto con farina bianca tipo 0.
Giovedì scorso, invece, ho fatto questo stesso pane a treccia usando della farina di segale. Il risultato è stato un pane scuro e più saporito di quello bianco.
La ricetta: Pane a treccia
250 g di farina (bianca o di segale o metà e metà, a seconda del risultato che si vuole ottenere)
170 g di acqua a temperatura ambiente
10 g di lievito di birra
1/2 cucchiaino di miele
1 cucchiaino di sale
Ho sciolto il lievito nell’acqua tiepida con mezzo cucchiaino di miele.
Ho aggiunto l’acqua alla farina impastando con una forchetta.
Quando l’impasto si era rappreso fino a diventate una palla unica, l’ho rovesciato sulla spianatoia infarinata e d ho cominciato ad impastare a mano.
Dopo dieci minuti di impastatura, durante i quali forse (dipende dall’umidità dell’aria) occorre aggiungere ancora qualche cucchiaio di farina, ho messo il sale sulla spianatoia e l’ho incorporato alla pasta, sempre impastando, continuando per almeno 5 minuti.
A questo punto ho messo la pagnottella infarinata in una ciotola capiente, ho coperto con pellicola per alimenti e con una coperta e ho messo il tutto a lievitare in un posto tiepido.
Dopo 4 ore ho ripreso l’impasto, l’ho sgonfiato sulla spianatoia, lavorando per un minuto ed ho formato un rotolo lungo, ma non sottile. Con un coltello si taglia il rotolo, nel senso della lunghezza in tre capi, lasciandoli attaccati per un’estremità. Questi tre capi si devono intrecciare , sovrapponendoli leggermente l’uno all’altro, senza tirare, perchè poi l’ulteriore lievitazione renderà tutto più fitto.
Intrecciato tutto il pane, ho saldato con un goccio d’acqua la seconda estremità e ho deposto delicatamente il tutto sulla carta da forno. Ho infarinato e ricoperto con un panno da cucina pulito e un panno di lana. La forma di pane deve lievitare ancora per mezz’ora almeno.
In questo tempo ho acceso il forno a 220° e l’ho fatto scaldare bene.
Passata la mezz’ora ho messo il pane in forno, abbassando a 200° e lasciando cuocere circa 40°minuti. Se si colora eccessivamente, si può abbassare il forno verso la fine della cottura.

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Un ricco tagliere…con le patate duchessa

Voglio proporre la foto appetitosa di un tagliere che ci siamo pappati a pranzo qualche giorno fa. 

A pranzo si è sempre di corsa, raramente accendiamo i fornelli…in più si cerca qualcosa di veramente sfizioso che riempia ma non sia troppo pesante.

Largo quindi alle insalatone e ai taglieri misti, che impazzano anche nei bar e ristoranti aperti a pranzo.
Da noi, in casa, ogni volta ci si dice: cosa mangiamo oggi? come se non ci fosse nulla in frigo… Poi pian piano il piattino si riempie e ci facciamo una bella abbuffata!!!
Qui abbiamo messo:  una grossa fetta di prosciutto crudo, degli assaggi di formaggio a fettine sottili, un pezzo di stracchino, qualche foglia di insalata, tre fettine di soppressata calabra piccante, qualche fettina di pane al papavero. Al centro ci sono le patate duchessa, avanzate dalla sera prima e riscaldate qualche minuto in forno, e ad accompagnare ancora un po’ d’insalata condita con olio e aceto balsamico.
Per il pane ai semini la ricetta è questa qui, con qualche cucchiaiata di semini aggiunta direttamente all’impasto prima della lievitazione. Ne ho fatto dei panini mignon, che cuociono perfettamente e sono anche belli da vedere.
Per quanto riguarda le patate duchessa, la ricetta è molto semplice, ma di grande effetto.
Ho lessato tre grosse patate e le ho sbucciate e schiacciate.
Ho regolato di sale e aggiunto un uovo sbattuto e un goccino di latte per amalgamare e dell’erba cipollina.
Ho messo qualche cucchiaiata del composto nella siringa da pasticciere e ho cominciato a disegnare delle nuvolette su una teglia coperta da carta forno.
Si è spezzata la bacchetta della siringa… O__O’
Ho messo qualche cucchiaiata di composto nella tasca da pasticciere e ho continuato a disegnare delle nuvolette sulla teglia coperta da carta forno.
Infine ho infornato a 180° per 15 minuti.
Potete farle più grandi o piccine…come contorno o come finger food…il successo è assicurato!!!

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Perché non si deve seminar zizzania…e il pane veloce da preparare in casa

Maestro dei Jeans – Bambino con tozzo di pane – XVIIsec.
Parliamo di dati raccolti in Piemonte alla fine del ‘700, ma per quanto riguarda i secoli precedenti le condizioni non dovevano essere molto diverse.
Il consumo giornaliero di pane si attestava mediamente sui 500 g pro capite, considerando chi poteva permetterselo, ma poteva raggiungere e superare il chilogrammo a testa.
Il pane, successivamente surclassato dalla pasta, era la base dell’alimentazione e, soprattutto in città, dove la gente non poteva direttamente coltivare un orto, rappresentava la quasi totalità delle derrate alimentari per la popolazione.
Non bisogna però pensare ad un pane simile a quello che conosciamo oggi. Raramente si trattava di pane di frumento, il cosiddetto pane bianco, cibo delle classi abbienti.
Ai poveri del Sud Italia andava meglio, perché i pani popolari erano prodotti con crusca di frumento.
Invece, spostandoci verso nord, per far volume nel macinato venivano aggiunti ghiande, castagne, tutta una serie di cereali meno pregiati e una quantità incredibile di graminacee che oggi sono semisconosciute e non più coltivate neppure per l’alimentazione del bestiame. Si fa l’esempio del miglio o della saggina, in Piemonte chiamata melega, da non confondere con la melia, la farina di mais).
Diffusissima anche la farina di segale, oggi utilizzata per produrre pagnottelle nere, pregiate e più costose del pane comune, che vanno di gran moda sulle tavole colte. Un tempo però il pane nero di segale era tutt’altro che ricercato e decisamente poco appetibile perché più compatto e pesante.
Alcune volte la segale non era affatto sana e portava in sé un rischio.
Era il caso della segale cornuta, dove la spiga veniva attaccata da un fungo molto tossico, la Claviceps Purpurea, contenente dell’acido lisergico (la base dell’LSD!!) che provocava forti allucinazioni, ma anche convulsioni simili all’epilessia e cancrena alle estremità, fino alla mummificazione degli arti. In alcune zone la malattia è indicata come fuoco di Sant’Antonio e assimilata a varie forme di herpes, ma per capirne la gravità basti pensare che a Salem, durante il periodo in cui scoppiò la grande caccia alle streghe e si verificarono numerosissimi casi di allucinazioni e visioni sataniche è dimostrato un enorme consumo di segale molto probabilmente infestata. Si tratta di un vero e proprio evento di storia popolare.
I contadini del Nord Europa, dove si consumava più pane di segale, ammalatisi di questo male si muovevano verso i santuari di Sant’Antonio in Italia per chiedere la grazia ed essere guariti dalla malattia; man mano che si spostavano verso sud cambiavano alimentazione, abbandonando il pane di sola segale infestata e passando a pani con più alta percentuale di frumento, in questo modo i sintomi si attutivano e loro credevano di essere stati miracolati.

Sebbene assai più circoscritto, un fenomeno simile si verificò in Piemonte con il loglio. Si dice “separare il grano dal loglio” intendendo “separare le parti di qualità da quelle dannose”.
Non tutto il loglio è dannoso; si tratta di una pianta erbacea con piccole spighette disposte a formare un’infiorescenza piatta lunga dai 30 ai 50 cm. Comunemente si tratta di una pianta foraggera, spesso impiegata in prati misti per aumentare la produzione di farina, ma anche qui il rischio è a portata di mano.
Un tipo particolare di loglio, il Lolium Temulentum, è anche detto Loglio Ubriacante. Comunemente conosciuto come zizzania, provocava intossicazioni anche di grave entità con vere e proprie alterazioni dello stato di coscienza. 

Il Loglio (a sx) e la Zizzania (a dx) – immagini da Wikimedia Commons

Come nella segale cornuta anche nella zizzania l’intossicazione è dovuta all’infestazione delle spighe da parte di funghi, sempre produttori di alcaloidi tossici, ma un po’ meno della Claviceps Purpurea, che producevano piuttosto effetti simili a quelli dell’alcool.
E’ noto il detto “seminar zizzania” con cui si intende mettere discordia, creare con malizia e cattiveria situazioni di conflitto all’interno di un gruppo.

Da uno dei libri più antichi del mondo si può evincere la parabola della zizzania. 
Un uomo seminò del seme buono nel suo campo ma un nemico di notte  vi sparse la zizzania. I servi ne accorsero solo alla fioritura, poiché la zizzania ha fiori rossi. Ma era difficile a quel punto togliere l’erba cattiva senza rischiare di sradicare il grano. Il padrone allora suggerì ai servi di farlo solo dopo il raccolto, cogliendo prima la zizzania e legandola in fasci per bruciarla, poi il grano da riporre nel suo granaio. Un chiaro riferimento al giorno del giudizio, dove i cattivi saranno separati dai buoni.

Lasciamo ora perdere le erbe cattive e passiamo alla ricetta di oggi:

Pane velocissimo in due ore
Il profumo del pane che si sprigiona dal forno di casa è per me un vero miracolo… tanto più se la ricetta è velocissima e facile, e non impegna più di dieci minuti.
Otterrete delle pagnotte con una crosta croccantina e un po’ umide all’interno, con dei bei buchi di lievitazione grandi grandi.
La ricetta originale l’ho trovata qui, ma a seconda di ciò che volete aggiungere al vostro pane potete modificarla leggermente. Per ora ho fatto del pane bianco con semi di sesamo e con semi di papavero, del pane al finocchio, con i semini nell’impasto e del pane ai cinque cereali.
Per le farine integrali bisogna mischiare la farina con quella bianca ed aggiungere un po’ più di acqua.
Io, rispetto alle dosi originali proposte da Cookaround, ho sempre fatto metà impasto, sufficiente per 2 pagnottelle medie oppure un pagnottone più grande oppure 8 paninetti:

250 g di farina “0” (oppure 150 g di farina ai 5 cereali e 100 g di farina bianca)
185 g acqua (190 g con farine integrali)
1/3 di panetto di lievito
½ cucchiaino di miele
1 cucchiaino di sale

Ho sciolto il lievito nell’acqua tiepida insieme al miele.
Ho messo la farina in uno scodellone largo e ho cominciato ad aggiungere l’acqua e lievito, mescolando velocemente con una forchetta.
Si forma una pastella morbida, quasi fluida e poco lavorata.
Per ultimo ho aggiunto il sale e, se volete, potete aggiungere qualche seme nell’impasto (o le olive, o le noci, o quel che vi pare).
Ho coperto con pellicola trasparente e ho lasciato lievitare al caldo per 2 ore.
Trascorso questo tempo,  ho fatto scaldare il forno a 230° (ma dipende da quale forno avete: il mio è elettrico e ventilato, ma piccolo, quindi tende a surriscaldare).
Ho fatto slittare la pasta nella teglia coperta da un foglio di carta forno; è importante che il lato superiore dell’impasto resti rivolto verso l’alto, perchè si facilita la crescita in forno.
Se volete potete spennellare il pane con olio. Io ho aggiunto solo dei semini in superficie.

Lasciar cuocere per 30 minuti, e poi far raffreddare gradualmente su una gratella.

Pane bianco con semi di sesamo e di papavero
i grandi alveoli di lievitazione
Pane ai 5 cereali
Più compatto ma anche più profumato

Aggiornamento del 8 giugno 2001: pane alle olive.

Aggiornamento del 11 giugno: panini al papavero, semini nell’impasto.

Aggiornamento del 14 giugno: panini alle cipolle rosse di Tropea. (aggiunte a pezzettini nell’impasto prima della lievitazione.
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Alessandra di Danimarca e i Panini Semidolci all’Uvetta

Franz Xaver Winterhalter – Ritratto di Alessandra ventenne – 1864
Siamo in tema di matrimoni reali – anche se mi unisco al coro un po’ in ritardo – e di monarchia in generale; colgo quindi l’occasione per ripescare dai meandri del gossip storico una figura vicina agli ormai strabusati William&Kate, e che mi dia l’occasione di autocelebrarmi.
Si chiama infatti come me, Alessandra, la regina di cui voglio parlare, per l’esattezza Alexandra Carolina Marie Charlotte Louise Julia di Slesvig-Holsten-Sønderborg-Lyksborg, conosciuta come Alessandra di Danimarca, regina del Regno Unito e Imperatrice d’India.
La sua storia mi sembra piena di eleganza e dignità.
Alexandra, chiamata Alix dai parenti più prossimi, nacque a Copenaghen il 1° dicembre del 1844 nel Palazzo Giallo. 
Il Palazzo Giallo dove nacque Alessandra
 Pur con sangue reale nelle vene visse un’infanzia pressoché normale, cosa che spiega la sua successiva insofferenza verso la regina Vittoria e per un’etichetta di corte troppo rigida. Il padre di Alessandra, il principe Cristiano non era molto ricco – usufruiva di una rendita di 800 sterline annue – e la famiglia viveva modestamente in un palazzo in usufrutto senza canone d’affitto.

Alix bambina e le due sorelle ebbero qualche volta la fortuna di farsi raccontare la fiaba della buonanotte da Hans Christian Andersen in persona, ma nulla di più, fino a che il padre non venne proclamato erede al trono di Danimarca, pur non essendolo in linea diretta.
A questo punto la loro rendita migliorò leggermente ma ugualmente adottarono uno stile di vita semplice, pur trasferendosi nella residenza ufficiale di Palazzo Bernstorff; Alessandra continua a cucirsi i vestiti da sola, a scambiarseli con le sorelle e a servir loro a tavola; tra loro figura anche Dagmar, futura zarina di Russia, con cui Alix era molto legata.

Alessandra con le sorelle Dagmar e Thyra prima del 1860

A sedici anni Alexandra venne indicata come futura sposa dell’erede al trono del regno Unito, il figlio della regina Vittoria, Alberto Edoardo. Non venne scelta da lui, ahimé, ma dalla future suocera e cognata, Vittoria (la regina) e Vittoria (la principessa di Prussia).
Pur essendo molto bella e di nobiltà comprovata non fu la prima ad essere designata come possibile sposa, a causa del disaccordo che animava i danesi contro i prussiani, molto più vicini al trono d’Inghilterra; successivamente però venne indicata come «l’unica che può essere scelta».

Alix ed Edoardo nel 1862

 Il 24 settembre 1861 la principessa Vittoria, fece le presentazioni ufficiali tra il fratello, principe Edoardo, e Alix a Spira; un anno dopo, il 9 settembre 1862, arrivò da parte di Edoardo la proposta matrimonio.
Pochi mesi dopo Alessandra si mise in viaggio verso l’Inghilterra a bordo della nave reale Victoria and Albert, sbarcando a Gravesend il 7 marzo 1863.
Sir Arthur Sullivan in quell’occasione compose della musica per il suo arrivo e Alfred Tennyson scrisse un’ode in suo onore:
 « Figlia del re marino da oltre il mare, Alessandra!
Sassoni e Normanni e Danesi siam noi,
Ma tutti Danesi nel nostro benvenuto a te, Alessandra! »

Henry Nelson O’Neal – Approdo a Gravesend – 1863

Il matrimonio si svolse il 10 marzo nella cappella di St.George a Windsor con grande sfarzo, ma siccome la corte era ancora in lutto per la morte del principe consorte Alberto, i colori concessi per l’abbigliamento vennero ristretti al grigio, malva e lillà. La sede prescelta venne criticata dall’opinione pubblica perché troppo piccola ed intima per accogliere tutti coloro che aspiravano ad essere invitati. Senza dar peso alle critiche si operarono drastici tagli nelle partecipazioni, anche per i Danesi: vennero invitati alle nozze solo i parenti più prossimi.

Il matrimonio in una stampa d’epoca – 1863
Immagine ufficiale degli sposi – 1863

 Dopo il subbuglio iniziale a corte – si vocifera che il cognato di lei, Alfred, se ne innamorò, entrando in conflitto con il fratello – gli sposi si mostrarono subito affiatati e fissarono la loro dimora a Sandringham House, tenendo come base londinese Marlborough House.

Un ritratto fatto in occasione delle nozze

Con grande disappunto della regina Vittoria, Edoardo e Alessandra sostennero la fazione danese durante la seconda guerra dello Schleswig nel 1864. Con l’invasione della Danimarca da parte dei prussiani si acuì l’odio di Alix per tutto ciò che era tedesco, odio che perdurò per tutta la vita.

Gli sposi con la Regina Vittoria – 1863

Altre controversie con l’autoritaria regina Vittoria si manifestarono in coincidenza della nascita dei figli di Alix. Apparentemente sembrano essere tutti prematuri, in realtà fu Alessandra a nascondere la presunta data del parto per non avere l’incomoda presenza di Vittoria durante il travaglio.

Alix con il primogenito Albert Victor nel 1864

Nel giro di sei anni partorì sei figli ma l’ultimo, Alessandro Giovanni, morì dopo un solo giorno di vita. Nonostante il desiderio di Alix di privacy per il suo dolore, la regina Vittoria fece proclamare un periodo di lutto a corte.
Il primogenito non arriverà mai a sedere sul trono d’Inghilterra perché morirà nel 1892 a 28 anni. Al suo posto diventerà re, con il nome di Giorgio V, il secondogenito Giorgio Federico, nato nel 1865.

La coppia degli eredi al trono con i primi tre figli – 1869c.ca

Alix mise al mondo anche tre bambine, Luisa (1867), Vittoria (1868) e Maud (1869).

Durante gli anni come sposa dell’erede al trono, Alix divenne subito molto popolare ed amata dagli inglesi. Entrò nel loro cuore per l’eleganza e la modernità nell’abbigliamento e venne emulata nelle sue scelte dalle appassionate di moda.
Si riforniva soprattutto presso case di moda londinesi; la sua preferita fu sempre Redfern’s, ma acquistò occasionalmente anche nella parigina Doucet and Fromont.

Alessandra nel 1870 circa

Nell’intimità la principessa Alix era estremamente materna. Amava il momento in cui poteva abbandonare gli impegni istituzionali e correre nella nursery a lavare da sola i suoi figli e guardarli addormentarsi nei loro lettini, ed era affettuosa e allegra in privato quanto dignitosa durante gli obblighi pubblici. Amava passare il tempo libero tra la danza, il pattinaggio sul ghiaccio, la guida del tandem e le lunghe cavalcate.

Le piaceva anche la caccia, e glielo perdoniamo solo perché sembra un personaggio moderno e per l’epoca emancipato, e inutilmente la regina Vittoria le chiese molte volte di smettere.
Alix invece, dopo la nascita del primo figlio continuò sempre le sue attività in aperto dissenso con la suocera, ma con la complicità di suo marito. La diversità di vedute con la regina Vittoria era resa più pungente a causa dell’appoggio che quest’ultima dava ai tedeschi.

Nell’aprile del 1868, Edoardo e Alessandra, già incinta della quarta figlia, visitarono l’Irlanda.
Successivamente, tra il 1868 e il 1869 Alessandra accompagnò il marito in un viaggio di sei mesi, visitando principalmente l’Austria, la Grecia e l’Egitto. In Turchia Alix fu la prima donna a sedere a tavola con il Sultano Abdülaziz.

Alix con Edoardo nel 1870, dopo 5 gravidanze.

Alix con le figlie adolescenti

La famiglia al completo, con Alix che dimostra la stessa età delle figlie

Nel 1901 Edoardo divenne Re. Un altro primato spettò ad Alix per essere stata insignita, all’incoronazione del marito nel 1901, del famoso Ordine della Giarrettiera, prima di lei assegnato soltanto a uomini o a donne sovrano (come Elisabetta I o la suocera Vittoria).

La bellissima Alix a 54 anni nel 1898

Nel 1910 fu la prima regina consorte a assistere ad un dibattito nella Camera dei Comuni.

Immagine ufficiale dell’incoronazione nel 1901

Un’immagine ufficiale della regina consorte, con la sua vita sottile nonostante i 57 anni

Un crescente stato di sordità causato dall’ostoclerosi, la malattia ereditaria di cui soffriva Alessandra, la allontanarono dalla vita sociale, permettendole di dedicarsi sempre di più ai figli e agli animali di casa.
Nonostante non fosse un matrimonio d’amore, quanto piuttosto di amicizia, quello fra Alix ed Edoardo fu tutto sommato felice. Alix, pur restando fedele ad Edoardo per tutta la vita, passò elegantemente sopra alle relazioni extraconiugali (se ne conoscono almeno cinque ufficiali e molte altre più ufficiose) che il marito intrattenne durante gli anni di matrimonio.

Nonna Alix, con il nipotino Edward

Spesso Edoardo fu criticato dall’opinione pubblica per il suo apparente disinteresse nei confronti della moglie, soprattutto nei periodi in cui lei fu malata, dopo la nascita di Luisa, quando si ammalò di febbre reumatica.
Alix apparentemente non mostrò di soffrire molto dei tradimenti del marito e concesse ad Alice Keppel, a quell’epoca amante del marito, di visitare Edoardo sul letto di morte.

Come regina e, alla morte di Edoardo, come regina madre, fu molto amata dal popolo.
Nel 1912 indisse l’Alexandra Rose Day, giorno dedicato alla vendita a Londra di rose artificiali fatte da disabili, il cui ricavato è destinato ad opere caritatevoli.
Durante la Rivoluzione d’Ottobre Alix entrò in grande dissenso con il figlio, Giorgio V, che non poté o non volle far nulla per salvare lo zar imparentato con loro. Nel 1919 lei stessa offrì ospitalità alla sorella Dagmar, fuggita dalla Russia dopo la rivoluzione.

Nonostante il passare degli anni Alessandra mantenne la sua bellezza, come dimostrano le foto d’epoca.
In vecchiaia la sua salute si fece instabile, frequentemente ebbe perdite di memoria e la rottura di un vaso sanguigno in un occhio la rese quasi cieca; verso la fine della vita l’uso della parola fu compromessa.

Alessandra nel 1923 a 78 anni

 Il 20 novembre 1925 si spense a Sandringham, a quasi 81 anni, per un attacco di cuore e viene tumulata a Windsor, accanto al marito.

[Fonti: http://en.wikipedia.org/wiki/Alexandra_of_Denmark; http://sissiludwig.forumfree.it; http://ladyreading.forumfree.it]

La ricetta: Panini semidolci all’uva passa

A questo english post voglio abbinare dei semplicissimi panini english style di quelli che si abbinano a una bella tazza di tè fumante o di caffè lungo.
Si possono gustare così oppure aperti a metà, tostati, e con un sottilissimo velo di marmellata.
Nonostante le mie scarse attitudini con gli impasti lievitati sono venuti benissimo.

Ingredienti (per circa 12 paninetti):
250 g farina
½ bustina di lievito secco
20 g burro
30 g zucchero
100 ml latte
80 g uva passa (ma ne andrebbe anche di più)
1 uovo (più un altro per dorarli in superficie)

Preparazione:
Ho riattivato il lievito con metà del latte intiepidito e una punta di cucchiaio di zucchero e lasciato riposare per 10 minuti.
Nel frattempo ho fatto sciogliere e poi intiepidire il burro ed ho ammollato l’uvetta in acqua tiepida, poi risciacquata ed infine asciugata con un panno.
Nella farina mischiata con lo zucchero e disposta a fontana  ho versato il composto di lievito e ho fatto una prima piccola palla di impasto.
Ho ripetuto lo stesso procedimento con il latte e burro tiepido e ricavato un’altra pallina.
Infine ho ripetuto ancora con l’uovo sbattuto.
Ho impastato insieme le tre palline, per formare un impasto omogeneo ed infine ho aggiunto l’uvetta asciutta cercando di distribuirla uniformemente.
Ho formato una palla liscia e l’ho messa a lievitare, coperta e al caldo, per un’ora.
Ho ripreso l’impasto, l’ho sgonfiato con un’impastata energica l’ho diviso in piccoli paninetti su una placca da forno infarinata. (si può anche formare un unico pane da affettare)
Ho coperto con i soliti panni e lasciato lievitare per quaranta minuti.
Prima di infornare in forno caldo a 190°-200°, ho spennellato i panini con un uovo a temperatura ambiente sbattuto e un goccino di latte e ricoperto con un pizzico di zucchero semolato.
Ho lasciato in forno fino a cottura per circa venti minuti (ma dipende dalla dimensione dei paninetti!).
Fuori si forma una crosticina, dentro c’è una mollica fina e soffice. 😉

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