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Pane Naan per la B di Balarampur, India

Seconda tappa dell’Abbecedario Culinario Mondiale e dopo un volo di sole otto ore da Samoa ci spostiamo da Cindy che ospita Balarampur e la cucina dell’India.

Io mi sento un poco a disagio ad approcciarmi ad un racconto riguardo a un paese così sterminato, così diverso nelle sue regioni, così pieno di contraddizioni.
Qui sono nate 4 religioni, tra le più antiche della terra e ad oggi il paese è una delle più grandi democrazie al mondo, e paese tecnologicamente molto avanzato e pur tuttavia tra i suoi abitanti c’è ancora chi vive nella povertà più estrema e la condizione femminile in alcune zone è davvero disastrosa.
Ho provato a leggerne un po’, per crearmi un’opinione più sensata, e la riflessione che più mi ha colpito è quella fatta da Amartya Sen, indiano e premio nobel per l’economia che nei suoi studi ha evidenziato come nell’analisi dell’India e del suo popolo ci sia la tendenza a sottolineare più le diversità che le analogie. Il quadro dell’India che ne emerge è spesso distante da ciò che l’India è realmente. Ovvio – penso – perchè il paese è talmente grande da suscitare questo senso di straniamento a chi voglia racchiuderlo in un’analisi limitata.

Il suo pensiero sulla percezione della cultura indiana, da coloro che non sono nati e
cresciuti in India, è riassunta su tre linee: 

<<
-Approccio esotico: si concentra sugli aspetti meravigliosi della
cultura dell’India. Il focus di questo approccio alla comprensione della
cultura indiana è quello di presentare il diverso, lo strano e come Hegel ha detto, “un paese che esiste da millenni nella fantasia degli europei.”

-Approccio di superiorità: essa assume un senso di superiorità e di
tutela necessarie per trattare con l’India. (…)

-Approccio curatoriale: si tenta di osservare, classificare e
registrare la diversità della cultura indiana in diverse parti
dell’India. I curatori non guardano solo alla stranezza, non valutano in
base alle priorità politiche, e tendono ad essere più liberi da
stereotipi. L’approccio curatoriale, tuttavia, ha una tendenza a vedere
la cultura indiana come più speciale e straordinariamente interessante
di quanto in realtà non sia.>>

E leggendo queste poche righe vedo che anche in me coesistono queste tre linee di analisi quando mi approccio ad un paese immenso e contraddittorio come l’India. Una sorta di limite che sento ancora di avere e che qui, proprio per questo paese così grande, che nasconde bellezza e bruttezza esattamente come qualsiasi altro, ma che per noi occidentali rappresenta ancora l’esotico per antonomasia, con quello spirito ancora un po’ segnato dal colonialismo che ci contraddistingue, mi sentivo di esternare.

Della mia idea di India restano i colori.

Ho deciso di partire dalle basi, dal pane, anche perchè con questo Naan è stato amore a prima vista.
Si gonfia nel forno caldo come un palloncino e una volta sgonfiato resta morbido. Spennellato di ghee o di più semplice burro fuso e insaporito da aromi è come una focaccia e  può essere accompagnato a verdure oppure gustato da solo. Io ho scelto di aromatizzarlo al cardamomo e pepe nero, ma le alternative sono infinite. Qui ad esempio trovate quello di Tamara con il curry.

Ed ora la ricetta che è facilissima.

La ricetta: Pane Naan
225 g di farina
2,5 g di sale
10 g di lievito di birra fresco
60 ml di latte tiepido
30 ml di yogurt bianco
15 ml di olio vegetale (per me girasole)
1 uovo piccolo

per spennellare
30 g di burro fuso
pepe nero macinato al momento
cardamomo in polvere

Sciogliere il lievito nel latte appena tiepido. Setacciare la farina in una ciotola e poi aggiungervi latte e lievito, cominciando ad impastare, e proseguire con lo yogurt, l’olio, l’uovo ed infine il sale. Impastare finchè l’impasto non è soffice e liscio. Coprire la ciotola con pellicola e mettere a lievitare fino al raddoppio in un luogo tiepido.
Sgonfiare l’impasto. Accendere il forno a 230° e farlo scaldare con una teglia all’interno.
Nel frattempo dividere l’impasto in 4 pagnottine. Stenderle con il mattarello fino a formare una forma a goccia, spessa 0,8-1 cm.
Scaldare sul fornello una padella larga o da crepes.
Quando il forno è ben caldo, aprire lo sportello e velocemente depositare un naan sulla pastra, richiudendo subito. Il naan si gonfierà come un palloncino e dovrà cuocere per 4 minuti. Sfornatelo e deponetelo sulla padella rovente, per appena un minuto: si deve giusto colorare.
Ripetere l’operazione con tutti i naan, tenendoli poi al caldo sotto un panno.
Al momento di servire, meglio se tiepidi, spennellare con buro fuso (o ghee) e aromatizzare con pepe nero macinato al momento e polvere di cardamomo


Questa ricetta partecipa all’Abbecedario Culinario Mondiale per la B di Balarampur, India, ospitato dal blog di Cindy.

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Ciambelle salate con Emmentaler DOP, cipolla e timo Golose ciambelle al formaggio, lo spuntino sostanzioso e perfetto

Ancora una volta gareggio nel contest dei Formaggi Svizzeri, promosso da Peperoni e Patate: #noiCHEESEamo” e quest’anno tocca a una ricetta del cuore: le ciambelle salate!

 

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Blinis con crema di peperoni e Roquefort per IlFiorDiLoto e il SANA2014

Chi mi legge sa che amo le storie ed è una storia tutta familiare quella che voglio raccontarvi oggi: quella de Il Fior Di Loto. L’azienda è nata nel 1972, pionera, con altri pochi in Italia, dell’importazione di prodotti macrobiotici dal Giappone. Il fondatore Riccardo Maschio si concentrò in primis sulla macrobiotica e sulla produzione di gallette di riso biologiche quando in Italia a parlar di biologico erano ancora in pochissimi.
L’intento era quello di portare sulle tavole degli italiani prodotti senza traccia di residui di diserbanti e fitofarmaci, e la volontà di limitare al massimo l’impatto ambientale delle coltivazioni.
Oggi il biologico per molti è diventato una moda, all’epoca era una grandissima scommessa. Una scommessa che è stata vinta, visto che oggi nell’azienda lavorano il figlio di Riccardo, Roberto, e la nipote Virginia.
Oggi Fior Di Loto ha prodotti a marchio proprio e distribuisce prodotti biologici di altre grandi aziende.  Ha in catalogo prodotti cosmetici biologici da laboratori di grandissima esperienza come Cattier (1968), Vogel, Victor Philippe ed altri. Al SANA sono stati premiati per Biopuro, gamma di detergenti a produzione escusivamente vegana, totalmente ecobio e ipoallergenico, talmente naturale che l’acqua di risciacquo dei piatti può essere utilizzata per bagnare le piante.
Anche per chi ha scelto l’alimentazione vegana molte alternative sono presenti in Fior Di Loto, con ingredienti e cibi già pronti da consumare, con gli yogurt vegetali Joya, il biscotto Gojino, con bacche di goji, Lemò con limone e Risorì con farina di riso, confezionati senza prodotti di origine animale; e ancora i formaggi Veggilette e Vegratì, completamente vegani, ed alcune delle proposte gastronomiche pronte di Bio per Te, partner del Fior Di Loto.
Il Fior di Loto, impegnata da più di 40 anni nel mondo del biologico, mi ha invitata al SANA di Bologna, il grande salone internazionale dell’alimentazione biologica e naturale per farmi diventare protagonista di uno showcooking e di una sfida tra blogger: il Finger Food Bio Contest. Assieme a me, in questa avventura, c’erano Valeria e Silvia, conoscete già i loro blog?
Siamo arrivate con l’idea del nostro fingerfood già in testa. Non ci restava che prepararlo con il supporto di Daniele Fantinato, Consulting Chef di Bio per Te, che ci spronava ad utilizzare per tutto il Bimby…ecco il Bimby, questo sconosciuto!


Mentre Valeria ha puntato su un fingerfood totalmente vegano, composto da miso e seitan, e Silvia ha elaborato un fingerfood dal gusto esotico, grazie al tahine, che faceva l’occhiolino all’Italia con la cialda croccante di Parmigiano Reggiano colorata dai semini di chia, io mi sono tenuta su sapori molto semplici che conosco bene.

I peperoni, che sono di stagione, l’aglio, l’olio extravergine d’oliva, il formaggio erborinato, che in questo caso era il Roquefort certificato bio di Papillon, adagiati su un soffice blinis. Se la storia del Roquefort vi incuriosisce potete leggerla qui.
I blinis sono simili a pancakes, ma vengono dalla Russia e in generale dall’Europa dell’Est, e vengono preparati con farina di grano saraceno etradizionalmente lievitano con lievito di birra. Io li ho velocizzati con l’utilizzo del lievito per torte salate ed ho cercato di inserire quanto più possibile prodotti Fior di Loto, dal loro vastissimo catalogo.
La ricetta: Piccoli blinis con crema di peperone e ricotta e cubetto di Roquefort
(per circa 40-50 fingerfood)

-per i blinis:
1 uovo bio (intero)
2 uova bio (separate)
100 g di farina di grano saraceno bio
100 g di farina tipo 0 bio
200 ml di latte di riso
100 ml di yogurt magro
la punta di un cucchiaino di lievito per torte salate
sale
olio per ungere il padellino

-per la crema di peperoni:
3 peperoni rossi grandi

250-300 g di ricotta vaccina

1 spicchio d’aglio
sale
olio

-per 50 cubetti di roquefort:
150 g di Roquefort Bio Papillon
Preparare i peperoni. Pulirli e tagliarli a pezzettini.
Rosolare in padella lo spicchio d’aglio pulito e leggermente
schiacciato; poi toglierlo ed aggiungere i peperoni. Lasciarli
ammorbidire a fuoco vivace, aggiungendo gradualmente dei goccini
d’acqua. Se tendono a rosolare troppo coprire con un coperchio finchè
non sono morbidi, poi lasciarli raffreddare.
Nel frattempo preparare l’impasto dei blinis, mettere in una terrina capiente le due farine. Aggiungere un uovo intero e un tuorlo con un bel pizzico di sale ed iniziare a mescolare con una frusta o una forchetta. Ammorbidire la pastella, aggiungendo gradualmente lo yogurt e il latte, continuando a mescolare, fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo. Aggiungere il lievito setacciato e lasciar riposare il tutto almeno 10 minuti.
Frullare i peperoni ormai freddi ed emulsionarli alla ricotta; regolare di sale.
Tagliare il Roquefort a cubetti di 1 cm di lato.
Montare i due albumi rimasti ed aggiungerli all’impasto dei blinis
In una padella antiaderente ben calda versare delle piccole cucchiaiate di impasto, dopo un minuti girare tutti i blinis e far cuocere per un altro minuto dall’altro lato. Trasferire i blinis man mano in un piatto, e cominciare a completarli con un cucchiaino di salsa ai peperoni e con un cubetto di Roquefort.

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Insalata d’orzo con pere e gorgonzola Non la solita insalata di cereali

Oggi una ricetta con pochissime parole.
Al contadino non far sapere quanto è buono il cacio con le pere, e al mio fidanzato non far sapere che esiste un modo davvero saporito per gustare l’insalata d’orzo!
 

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Insalata d’orzo con pere e gorgonzola Non la solita insalata di cereali" class="facebook-share"> Insalata d’orzo con pere e gorgonzola Non la solita insalata di cereali" class="twitter-share"> Insalata d’orzo con pere e gorgonzola Non la solita insalata di cereali" class="googleplus-share"> Insalata d’orzo con pere e gorgonzola Non la solita insalata di cereali" data-image="https://www.ricettedicultura.com/wp-content/uploads/2014/08/orzo-e-gorgo_evidenza.jpg" class="pinterest-share">
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Toad in the hole, il rospo nella tana diventa vegetariano

Il Parmigiano Reggiano lancia ogni anno una competizione internazionale la Parmigiano Reggiano Chef, ispirata ad un tema particolare: quest’anno è toccato al Cross Cooking, ovvero un modo di cucinare “trasversale” reinterpretando le ricette di altri paesi con le eccellenze del nostro.

Quale migliore occasione per sperimentare l’utilizzo del Parmigiano Reggiano in una ricetta tipica appartenente ad un’altra cultura.
Fin da subito mi sono concentrata sull’Europa, sulla quale mi sembra di essere più ferrata…ad un certo punto ecco l’illuminazione.
Il toad in the hole è un piatto tradizionale anglosassone. La locuzione significa “rospo nella tana” ma con i rospi ha davvero poco a che fare…si riferisce infatti a un pezzetto di salsiccia che viene immerso nella morbida pastella che compone la “tana”. Questa pastella si gonfia in forno tutt’intorno alla salsicccia avvolgendola completamente e gonfiandosi lascia pure un’apertura in cima, proprio come una buca scavata nel terreno.
Solitamente è accompagnato da puré di verdure, patate o sedano rapa, oppure da un sugo di cipolle.
 
Pare che una ricetta analoga di carne che viene racchiusa da una morbida pastella si trovi anche nel nostro italianissimo La Scienza in Cucina di Pellegrino Artusi con la denominazione di “Piccioni all’Inglese”. Non resta alcun dubbio quindi che questo modo di completare e cuocere la carne arrivi dal Regno Unito.
 
Ho trasposto questa ricetta in chiave “parmigianosa” e, vista la presenza del formaggio, ho preferito declinarla in leggerezza, trasformandola in vegetariana. Scegliete verdure di stagione, che sono più saporite, e le erbe e le spezie che preferite, per rielaborare questa ricetta all’infinito. E provatele anche con la salsiccia… vi assicuro che sono deliziose.

 

 

 

La ricetta: Toad in the Hole vegetariani
125 g di farina
2 uova grandi
100 ml di birra
80 ml di latte intero
50 g di Parmigiano Reggiano 14 mesi
sale
pepe
olio extravergine d’oliva
 
1 zucchina grande
1 peperone
1 cipolla
olio
sale
timo
 
Per il rospo: cominciare dalle verdure, pulendole e tagliandole a tocchetti.
Scaldare in una padella un filo d’olio e rosolarvi la cipolla affettata finemente. Aggiungere poi le verdure e far proseguire la cottura a fuoco vivace per alcuni minuti. Le verdure devono restare abbastanza sode. Regolare di sale ed insaporire con il timo.
 
Scaldare il forno a 190°.
 
Per la tana: sbattere le uova con un pizzico di sale. Aggiungere la farina tutta insieme e cominciare a mescolare aggiungendo il latte a filo. Aggiungere poi il Parmigiano Reggiano grattugiato, il pepe ed infine la birra.
Scaldare uno stampo per 12 muffin in forno con una goccia d’olio in ogni scomparto. Estrarre dal forno e mettere in ogni stapino un mestolino di impasto, fino a suddividerlo in tutte le formine.
In ogni tana mettere poi una cucchiaiata di verdure.
Infornare subito per 15 minuti, aspettando che la “tana” cresca in altezza e diventi dorata.
 
Servire subito.

 

 
 
 

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Una giornata alla focacceria Lagrange e la “Genovese-Piemontese”

Che c’entrate voi con la focaccia, diranno i genovesi all’ascolto, tenetevi la bagna caoda!!
Ed hanno ragione, se non fosse che Salvatore Lo Porto, il re della focaccia genovese a Torino, ha imparato i segreti della focaccia proprio a Nervi e da lì, dieci anni fa, l’ha portata fin qui, perchè una cosa così buona non può essere per pochi!
Da quel momento sono state fatiche e gioie, ed oggi ci sono tre super-focaccerie a Torino, raccolte sotto il marchio comune di GranoTorino, e che si distinguono per il prodotto di punta e per il nome, Lagrange, Sant’Agostino e Castello.
 
Passare una mattinata alla focacceria Lagrange con Salvatore e con il suo giovanissimo ed appassionato assistente Sahid, è stata molto istruttiva. Ci è stato spiegato nei dettagli come nasce questa prelibatezza. Qui usano il lievito madre, la farina bio macinata a pietra del Mulino Marino, l’olio ligure Roi e farciture di altissima qualità.
 
Con 99 centesimi si può fare merenda con un pezzo di Semplicissima, la classica focaccia bianca alla genovese, ma la scelta non manca e quindi vale la pena di tornarci per assaggiare ogni volta una farcitura differente, per un pranzo più sostanzioso o uno spuntino più leggero. Sì, fanno anche la focaccia di Recco…quella che puoi mangiare solo con forchetta e coltello, tanto è morbida…e poi la focaccia con olive taggiasche nell’impasto, scura e saporita, e quella sostanziosa con i migliori formaggi piemontesi: Raschera, Toma e Castelmagno
 
…e poi…e poi…potete accompagnarla con vino o birra di qualità e concludere il pasto con un gelato Pepino e il caffè Lavazza…insomma, la focacceria Lagrange è un posto così speciale che, se siete a Torino, non potete farvelo sfuggire!
 
In occasione dell’incontro in focacceria è anche stato lanciato il contest Di che Focaccia sei?
Qui trovate la mia proposta, la base di focaccia genovese, ma aromatizzata all’aglio!
Sopra la spennellatura avviene con l’olio del bagnet verd ed infine, fuori dal forno, vengono aggiunte le acciughe al verde.
Ecco, amici genovesi, la vostra focaccia è ottima, ma anche qui a Torino abbiamo la nostra!! 🙂
 
 
La ricetta: La genovese-piemontese, focaccia
genovese con acciughe al bagnet verd
 
400 g di farina
200 g di acqua
10 g di lievito di birra
2 cucchiai di olio extravergine di oliva
1 cucchiaino raso di aglio in polvere (facoltativo)
1 cucchiaino di sale
 per il bagnetto verde:
50 g di prezzemolo
1 spicchio d’aglio grosso e privato dell’anima
2 acciughe sotto sale
1 piccolo panino raffermo
qualche cucchiaio di aceto bianco
olio extravergine di oliva
 
Con un giorno di anticipo occorre preparare la salsa
verde
.
Ho tritato il prezzemolo finemente con lo spicchio d’aglio
precedentemente privato dell’anima. Questo è un lavoro noiosetto che richiede
parecchio tempo e pazienza, in modo da rendere il prezzemolo simile ad una
pappetta.
Ho pulite le due acciughe, sciacquandole in  un po’
di aceto e liberandole della lisca centrale. Ho ricavato 4 filetti e li ho
tritati assieme al prezzemolo ed aglio.
Ho ricavato dal paninetto tutta la mollica e l’ho
inumidita con l’aceto, poi l’ho sbriciolata insieme al prezzemolo e ho battuto
ancora tutto al coltello.
Ho messo la salsa ottenuta in una scodella ed ho mescolato
accuratamente, aggiungendo olio evo. Si può mettere più o meno olio, a seconda
della consistenza che si vuole ottenere. In questo caso ci servirà una salsa
più liquida, perchè spennelleremo con l’olio aromatizzato la superficie della
focaccia.
Poi ho pulito altre acciughe, sciacquandole sempre con
l’aceto, le ho disposte in un piatto fondo e coperte con una metà della salsa
verde. 
Infine ho aggiunto un po’ d’olio alla restante salsa, che
sarà proprio quella che ci servirà per spennellare la focaccia, ho coperto la
scodella e le acciughe con pellicola ed ho riposto tutto in frigo fino
all’indomani.
 
Per la focaccia :
***la ricetta base della focaccia è quella con il lievito
di birra di Alessandra di MenùTuristico; io sono partita
dalla sua ricetta per fare le mie variazioni
Ho scioglio il lievito in una tazzina d’acqua.
Nella farina ho cominciato ad aggiungere il lievito
sciolto e poi la restante acqua, impastando prima con un cucchiaio e poi con le
mani. Ad impasto semiformato ho aggiunto l’aglio in polvere e l’olio ed ho
impastato ancora. Ho messo sulla spianatoia il sale e l’ho fatto assorbire
all’impasto, lavorando per una decina di minuti. Poi ho coperto e messo a
lievitare.
A raddoppio avvenuto, dopo circa 2 ore e mezza, ho
sgonfiato l’impasto e l’ho deposto su una teglia ben unta d’olio (la mia teglia
era 28x38cm, può andar bene anche un poco più grande). Ho allargato la focaccia
direttamente in teglia, sfruttando la viscosità dell’olio. Ho lasciato
lievitare per più di un’ora in teglia, poi ho formato con la punta dei
polpastrelli tante piccole fossette. Non ho aggiunto sale in superficie perchè
le acciughe apportano sufficiente sapidità.
 
Ho fatto riscaldare il forno alla massima temperatura
(250°C, nel mio caso, che probabilmente saranno un po’ meno se misurati
effettivamente: il forno di casa non è paragonabile ad un forno professionale,
ma con la pratica si può azzaccare il giusto rapporto tempo/temperatura).
Ho versato sulla superficie della focaccia l’acqua fredda,
abbastanza da riempire tutto il fondo della teglia e fermarsi dentro le
fossette appena create dalle dita, poi ho infornato.
Mentre la focaccia inizia a cuocere preparare una tazza
con una parte dell’olio della salsa verde, che nelle 24 ore precedenti si sarà
ben aromatizzato, e un pennello per alimenti.
Dopo 8-9 minuti di cottura ho estratto la focaccia, l’ho
spennellata ben bene e velocemente con l’olio verde e l’ho rimessa in forno.
Dopo 2 minuti ho ripetuto l’operazione, e dopo due minuti ancora, rimettendo
sempre in forno rapidamente, fino a doratura. Il fondo deve rimanere chiaro e
umido, quindi non perdetela di vista.
Una volta sfornata, far raffreddare per 5 minuti,
poi tagliare a rettangoli e completare con le acciughe al verde!
 

 

 
 
 
 
 
 

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Tarte salata alle tre farine con cavolo cappuccio, pere e Roquefort. La storia del Roquefort, pregiato formaggio francese e una torta salata

Rocquefort
In lingua occitana è il Rocafort, ma ovunque è conosciuto come Roquefort ed è, a detta di molti, uno dei formaggi più buoni al mondo, proclamato da Diderot come       «le roi des fromages».
 

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Tarte salata alle tre farine con cavolo cappuccio, pere e Roquefort. La storia del Roquefort, pregiato formaggio francese e una torta salata" class="facebook-share"> Tarte salata alle tre farine con cavolo cappuccio, pere e Roquefort. La storia del Roquefort, pregiato formaggio francese e una torta salata" class="twitter-share"> Tarte salata alle tre farine con cavolo cappuccio, pere e Roquefort. La storia del Roquefort, pregiato formaggio francese e una torta salata" class="googleplus-share"> Tarte salata alle tre farine con cavolo cappuccio, pere e Roquefort. La storia del Roquefort, pregiato formaggio francese e una torta salata" data-image="https://www.ricettedicultura.com/wp-content/uploads/2013/10/Rocquefort-e-pere_1.jpg" class="pinterest-share">
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Parmigiana di melanzane o melanzane alla parmigiana?

Nell’approcciarsi a questa ricetta che è senza dubbio ai primi posti (forse al primo) tra le mie preferite, bisogna identificare innanzitutto le questioni fondamentali.
1. spiegare l’origine del suo controverso e oscuro nome
2. svelare la ricetta tradizionale, prima di avventurarsi in estrose varianti
3. scoprire qualche indizio sulla sua regione di origine
 
Premesso che di certo e certificato, come spesso accade in molte ricette tipiche italiane, abbiamo quasi nulla, di sicuroci resta tra le mani una fetta di uno dei piatti cardine della tradizione, forse a parimerito con la lasagna, che lascia colare un po’ di sugo di qua, un po’ di formaggio fuso di là e ci disegna un antipatico rotolino sui fianchi mentre ci regala attimi di pura gioia.
 
Cerchiamo di affrontare un problema alla volta.
 
Partiamo dall’origine del suo nome. Deriva dalla
città di Parma? O dalla parmiciana, che in Sicilia indica la persiana,
che ricorda coi suoi listarelli di legno sovrapposti  il sovrapporsi di
strati di melanzane e condimento? Qualcuno dice addirittura che
melanzane alla parmigiana, si chiamino così perchè fatte con il
parmigiano… 
No, niente parmigiano!
Chi
se ne intende dice che la spiegazione etimologica più probabile sia
“melanzane cucinate all’uso della città di Parma”, dove nel Medioevo
nacquero le torte parmigiane, formate di tanti strati sovrapposti e
farciti. Come questa preparazione sia migrata da Parma fino in Sicilia attraversando secoli e reinventandosi con ingredienti nel medioevo ancora non conosciuti lascia indizi lungo lo stivale che assomigliano alle bricioline di Hansel e Gretel.
 
E dunque qual è la ricetta più antica o quella originale? Da quando questo modo di cucinare la melanzana venne chiamato proprio così? Se la ricetta ispiratrice è medievale, d’altro canto il pomodoro ci arriva dall’altra parte del globo solo dopo la scoperta dell’America e la melanzana, che invece veniva anche dall’Africa, conquistò la fiducia dei palati solo nel tardo Settecento. 
Alcuni ipotizzano che le prime “parmigiane” fossero composte di strati di zucche o zucchine e che quindi la ricetta sia nata ben prima, ed abbia in seguito trovato con la melanzana la sua versione meglio riuscita. 
Lo stesso discorso si può fare con i formaggi che vi si trovano. C’è ci suggerisce la mozzarella fiordilatte, ben scolata: questo indicherebbe una diffusione pugliese; c’è chi dice che il piatto si confeziona con la mozzarella di bufala, ma io che adoro il gusto pungente di questo formaggio, non me la sentirei di imprigionarlo tra strati di melanzana e sugo; c’è chi suggerisce la provola affumicata, che secondo me rappresenta un buon compromesso, perchè è un formaggio asciutto ma molto saporito. Qualcuno aggiunge del prosciutto cotto, qualcun altro la salsiccia stagionata di Napoli, salame piccante che quando diventa troppo asciutto trova riutilizzo in diversi piatti cotti, tra cui la parmigiana e il gattò di patate.
Le melanzane, invece, come vanno cotte? Fritte senza dubbio, ma l’infarinatura preliminare consente, invece di appesantire il piatto, di renderlo molto più leggero, perchè in questo modo le melanzane non assorbono molto olio e restano più asciutte e croccanti.
La cottura in padella è sicuramente spiegata dal fatto che i forni di un tempo erano molto differenti da quelli odierni e la cottura su fuoco consentiva un controllo maggiore di un cibo che praticamente era già cotto.
Ma a quale regione si può attribuire la paternità di questo piatto? A seconda di quel
che ci si mette dentro molte regioni di mezza Italia se ne arrogano
l’invenzione. Ed è un po’ vero ogni volta: la melanzana petonciana lunga di Sicilia, la provola affumicata o la Mozzarella di Bufala, il salame di Napoli e qualche fetta di prosciutto cotto e persino una spolverata di Parmigiano, se non avete a disposizione il caciocavallo stagionato. Anche la Puglia e la Calabria ne preparano una loro versione…e, se l’avete assaggiata anche una sola volta nella vita, volete dar loro torto? 
Qualsiasi massaia e qualsiasi regione abbia raggiunto e conquistato, la prima versione per iscritto è quella di Ippolito Cavalcanti in “Cusina casarinola co la lengua napolitana” del 1839:

Melanzane alla parmigiana,

 

« … e le
farai friggere; e poi le disporrai in una teglia a strato a strato con
il formaggio, basilico e brodo di stufato o con salsa di pomodoro; e
coperte le farai stufare.
 »
[Ippolito Cavalcanti, “Cusina casarinola co la lengua napolitana, Cucina casareccia in lingua napolitana]
[fonti: 
http://www.lucianopignataro.it/a/perche-la-parmigiana-si-chiama-parmigiana/13687/
http://www.lucianopignataro.it/a/ricette-cult-la-parmigiana-di-melanzane/13053/
http://it.wikipedia.org/wiki/Parmigiana_di_melanzane]
 
 

Ed io dalla ricetta napoletana parto per la mia versione, dopo aver scartabellato in rete mille alternative…

 

La ricetta: Parmigiana di melanzane
3 melanzane lunghe medie
300 g di pelati
1 pezzo di salsiccia di Napoli
150 g di provola affumicata
2 fette sottili di prosciutto cotto
farina
olio per friggere
olio evo
sale
caciocavallo grattugiato grossolanamente (4-5 cucchiai)
4-5 foglie di basilico

Senza sbucciarle ho tagliato le melanzane a fette di 1 cm. Le ho salate e messe a perdere acqua sotto un peso.
Ho preparato il sugo, rosolando uno spicchio d’aglio in un pentolino con 4 cucchiai d’olio evo. Ho aggiunto i pelati tritati grossolanamente con coltello e forchetta. Ho lasciato cuocere per un po’, aggiungendo anche una foglia di basilico.
Ho asciugato le fette di melanzane con un panno pulito e ho messo l’olio per friggere a scaldare sul fuoco. Quando era caldo ho fritto le fette di melanzana, passando ognuna in un piatto di farina da entrambi i lati. Le ho messe a scolare un po’ d’olio su fogli di carta assorbente.
nelfrattempo ho tagliato il salame a dadini e la provola a fettine sottili.
Ho preso una padella del diametro di 22 cm. Ho unto il fondo e versato qualche cucchiaio di sugo.
Poi ho cominciato con uno strato di melanzane e a seguire gli altri ingredienti alternati, una volta il salame e una volta il prosciutto e uno strato sì e uno no il caciocavallo, riservando per ogni strato, però, sugo e provola. esaurite le melanzane ho coperto il tutto con il restante caciocavallo grattugiato e ho coperto.
A fuoco dolcissimo ho lasciato “pipiare”, ovvero ho lasciato che il coperchio si sollevasse leggermente per il vapore, per una decina di minuti, giusto il tempo che tutto il formaggio si sciogliesse.
Far raffreddare un poco prima di tagliare a fette. Si mangia tiepida (così si distingueranno tutti i sapori,), oppure anche fredda!

 
 

 

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ai fornelli, buffet salato, insalate e piatti freddi, storia & cultura

Prosciutto e melone nel cestino di sfoglia

In Italia si usa servire il prosciutto crudo con il melone, come antipasto estivo o come piatto leggero.
Questo accostamento è in realtà frutto di un tramandare secolare di abitudini che affondano le radici in una cultura antica.
Già dal medico e filosofo greco Ippocrate nasce la visione del mondo basata su coppie di contrari: caldo-freddo, secco-umido… così come accade con le filosofie orientali, ad esempio con lo yin e yang taoista, su cui si fonda l’armonia universale.
Dall’antica Grecia quindi deriva anche l’uso di associare ogni cibo con il suo contrario, anche il melone, cibo freddo, con il prosciutto, cibo caldo, ma si veda anche in Vietnam l’abitudine di accostare frutti come meloni o cocomeri, ad un misto di sale e peperoncino. Più vicino a noi, in Francia, il melone viene servito con il sale o a volte, per lo stesso principio, con un vino dolce e forte. Il viaggio nell’antichità trova quindi riscontro anche in un viaggio spaziale, dall’estremo Oriente ai nostri vicini di casa.
 
Dal Medioevo in avanti, per molti secoli, la frigidità del melone, che lo porta oggi ad essere un cibo estremamente desiderabile per trovare ristoro dalla calura, era considerata non solo negativa ma addirittura pericolosa. Teniamo conto che i frutti dell’epoca erano molto vicini allo stato selvatico e quindi maturavano più difficilmente ed erano di sicuro più indigesti. Fatto sta che mangiare un frutto freddo come il melone senza stemperarlo con un cibo caldo, poteva essere la causa di spiacevoli indigestioni.
In particolare è famosa la triste sorte toccata al Papa Paolo II, morto all’improvviso nella notte del 26 luglio 1471. Il colpo apoplettico che lo colpì fu subito attribuito, dai medici che lo avevano in cura, ad una sorprendente scorpacciata di meloni che il Papa si era fatto subito prima di andare a dormire. La testimonianza  di Nicodemo da Pontremoli, parla di «tre poponi non molto grandi» ed «altre cose di triste substantia» verso le dieci di sera; ne parla anche Platina, che scrisse la biografia del Papa, dicendo che «si dilettava moltissimo a mangiare meloni, e da ciò si crede che sia stata provocata l’apoplessia da cui fu strappato alla vita. Infatti la sera prima di morire aveva mangiato due meloni, per giunta assai grandi». Che i meloni fossero tre piccoli o due grandi ha poca importanza, di certo ne mangiò abbastanza perché gli restassero sullo stomaco…anche se a guardare il suo ritratto viene il dubbio che non mangiasse soltanto meloni!!! 🙂
[fonti: 
http://it.wikipedia.org/
M. Montanari, Il riposo della polpetta, Laterza 2011.]
 
Con qualche fetta di melone al pasto non si rischia come con tre meloni interi, però l’abbinamento con il “caldo” prosciutto crudo rimane uno dei migliori, soprattutto per il contrasto di dolce e sapido che personalmente adoro.
 
La ricetta-non ricetta: Insalata nel cestino con prosciutto e melone.
 
Di fatto è una ricetta molto semplice, ma con una presentazione speciale che ho spesso preparato per una cena tra amici.
Ho creato un cestino di pastasfoglia, aiutandomi con degli stampini di alluminio, formato-muffin. Basta ritagliare la pastasfoglia pronta a forma di quadrati e adagiarla sugli stampini, infornando per un quarto d’ora a 170°.
All’interno del cestino, una volta raffreddato, ho messo della valeriana condita con qualche goccia di crema di aceto balsamico, delle roselline di prosciutto crudo (per 4 cestini vanno bene circa 2 etti) e delle palline di melone, ricavate con l’apposito scavino e rotolate nei semini di papavero. Ho completato con la croccantezza di una manciata di anacardi salati.
 
Unica accortezza, riempire i cestini subito prima di portare in tavola per far restare croccante la pasta sfoglia.
 
Con questa insalata nel cestino partecipo alla raccolta di Burro e Miele “Chi mi aiuta a raccogliere l’insalata?”.
 
buffet salato, storia & cultura

Gli sformatini di zucchine con il cuore di noci e i dipinti del Pitocchetto

 
Questo è il caso del classico cane che si morde la coda.
Non so dire se sia nata prima l’idea per la ricetta o l’idea per il post…
Avevo due belle zucchine in frigo e volevo farci qualcosa di buono ma anche di carino a vedersi… degli sformatini, ad esempio, che uscissero dallo stampino con i contorni belli netti.
E poi avevo l’idea di un nuovo post ispirato ad un dipinto o ad un pittore.
Cercando in rete una natura morta con le zucchine, ecco cosa mi viene fuori:
Natura morta con zucchina e noci
Questa bella natura morta, su cui si posa una luce soffusa è di Giacomo Ceruti, pittore nato a Milano nel 1698. Nel dipinto c’è una grossa zucchina, pere di due diverse qualità, che forse oggi non vengono più coltivate, e noci.
Natura morta con le noci
 
 
Ceruti aveva un po’ la fissazione per le noci, che in effetti sono belle da dipingere, così come sembrano dei piccoli cervelli. In un altro dipinto sono rappresentate con pane e salame, una brocca e l’ottima resa della trasparenza del bicchiere.
Vecchio mendicante
Ma la vera specialità di Ceruti, non sono le nature morte, bensì i ritratti di poveri, contadini e mendicanti. La sua seconda patria fu Brescia e proprio al dialetto bresciano deve il suo soprannome, il Pitocchetto, dai pitocchi, i contadini, per la sua predisposizione a riprodurre scene di vita popolare.
Egli viaggiò per tutto il Nord Italia, dando significativo apporto alla Basilica di Sant’Antonio da Padova e soggiornando per un periodo a Piacenza e a Milano. Dipinse scene sacre per numerosi committenti, ritornando però sempre ai ritratti di povera gente, il genere di pittura che lo rese famoso. La pittura di genere era già da anni diffusa in Lombardia, ma Ceruti ne dà un’interpretazione personalissima.
 
Considerato una sorta di successore del più celebre Caravaggio, non mise i poveri come soggetto di scene bibliche o evangeliche, ma li ritrasse nel loro contesto naturale, in dipinti dal grande formato, dove essi esprimono tutta la loro umanità.
Ragazzo con la cesta

I soggetti guardano dritto negli occhi l’osservatore, come a volergli raccontare una storia, senza indorare in alcun modo una certa crudezza documentaria.

Si veda Il ragazzo con cesta, colto in un attimo di riposo durante il suo lavoro. Questi sono occhi che parlano, che esprimono una quantità di messaggi a saperli ascoltare.

O Il ragazzo con cesto di pesci, dall’aria furba, che sembra voler invitare l’osservatore ad acquistare gli scintillanti crostacei.

Ragazzo con cesto di pesci
I due pitocchi
E poi ancora  I due pitocchi, ritratti con i loro vestiti laceri e un piccolo gatto in grembo, o i tanti dipinti di donne al lavoro; tutti questi personaggi guardano negli occhi l’osservatore, sono umani, partecipi, veri.  
Emozionanti in una parola.
 
Donne al lavoro
La piccola mendicante e la filatrice
 
E qui il Pitocchetto mi è entrato nel cuore.
Da qui, a sceglierlo come ispiratore delle mie zucchine, il passo è stato breve… avrei fatto dei semplici sformatini, ma con un originale ripieno di noci.

Ci ho provato, abbiamo assaggiato in due… l’abbinamento è delizioso!!! 🙂

La ricetta: Sformatini di zucchine, con cuore di noci e stracchino

ingredienti (per 2 sformatini):
1 grossa zucchina tonda tagliata a julienne 
1 uovo
2 cucchiaiate di stracchino
3 noci
un pezzo di cipolla (1/3 circa)
maggiorana
olio, sale, pepe

Ho fatto soffriggere la cipolla senza farla dorare troppo.
Ho aggiunto le zucchine tagliate a julienne.
Ho fatto insaporire e poi aggiunto un po’ d’acqua per farle stufare.
Ho regolato di sale e pepe e aggiunto un cucchiaio di maggiorana tritata.
Quando le zucchine cominciavano a perdere la croccantezza le ho tolte dal fuoco e lasciato che intiepidissero.
Ho poi aggiunto l’uovo sbattuto e ho cominciato a comporre gli sformatini in due stampini di alluminio usa e getta (quelli da muffin) ben unti di burro: prima un po’di zucchine poi, al centro, lo stracchino con le noci tagliate grossolanamente a pezzettini, infine ancora il composto di uovo e zucchine!

Ho infornato a 180° e fatto cuocere fino a rassodamento!!
Ecco lo sformatino nel piatto, in compagnia di un altro pezzo di stracchino
 
Ed eccolo che mostra il suo cuore di noci
 
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