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Le paste di meliga ...e la 11° Sagra delle Paste di Meliga di Sant'Ambrogio di Torino

Le paste di meliga sono biscotti tipici di alcune zone del Piemonte, prodotti con farina di mais, melia o meliga in dialetto piemontese e altri ingredienti semplici quali farina di frumento, burro, zucchero, uova e scorza di limone.

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#feelingoodmonferrato – diario di una scoperta

Il Monferrato entra ufficialmente a far parte del Patrimonio dell’Unesco proprio in questi giorni, assieme a Langhe e Roero.
Qualcuno di voi si ricorderà del mio video di presentazione per #feelingoodmonferrato, il format-blog-tour inventato da Alexala, ente turistico della Provincia di Alessandria, per far conoscere le attrattive del proprio territorio girando e giocando e comunicando a livello dei social media.
Conoscevo già qualcosa del Monferrato, ma visitare in questa nuova chiave il territorio alessandrino è stato stimolante ed arricchente...
Prima di cimentarmi nel racconto del mio personale #feelingoodmonferrato, mi sono chiesta quale fosse il modo migliore per descrivere  i posti visti e le esperienze vissute. Talvolta, riportati per iscritto, alcuni viaggi del cuore risultano sminuiti e quindi ho sì fatto un diario puntuale e fedele, sulla falsariga delle mie pubblicazioni in tempo reale su instagram, (e le trovate qui sul blog, nei post precedenti a questo) ma ho anche deciso, per il post ufficiale da condividere sul sito di Alexala, di esternare ai miei lettori le suggestioni di questo weekend intenso e ricco, arricchito altresì da persone che molto avevavano da condividere in termini di carattere e interiorità, quello che mi ha colpito ma anche quello che vorrei vedere, che vorrei ancora conoscere di questa terra così ricca di spunti.
Partiamo dal principio: una superba accoglienza all’Hotel Alli Due Buoi Rossi e la gentilezza del nuovo chef che ci ha preparato una cena particolarmente curata.

Potete leggere tutto a questo link e tener presente questo albergo, se cercate un posto che sia proprio nel centro di Alessandria, a 5 minuti dalla stazione ferroviaria ed altri 5 dalle vie dello shopping.

Il nostro primo giorno iniziava proprio da qui, con un sms: “farai una GITA IN CAMPAGNA con l’abito giusto: trovalo!”.
Da negata dello shopping, pensavo che per cercare un outfit per una determinata occasione bisognasse farsi un’idea in testa ed andare di negozio in negozio cercando di realizzarla. Mi è stato detto, invece, (grazie Giusy) che l’approccio è sbagliato. Meglio avventurarsi con la mente a tabula rasa per farsi conquistare dai colori e dalle linee. Se anche voi siete della corrente “Chi cerca trova” provate questo nuovo approccio. Girate per negozi – noi ad Alessandria ne abbiamo girati ben 11 – toccate anche quegli abiti che non vi sembrano congeniali di primo impatto, e di sicuro, nella grande offerta a disposizione, troverete quello che fa per voi. Alessandria è una città che assomiglia a una gran dama e lo shopping tra le sue vie tocca boutiques davvero eleganti e raffinate, ma lontane dalla moda più mainstream del momento, per un’eleganza attuale ma davvero senza tempo.
Questo l’outfit scelto da me per una giornata in campagna nel delizioso negozio La Maison75 di Galleria Guerci:

Se volete sbirciare tra i negozi visitati e dove abbiamo fatto un delizioso pranzetto con vini davvero ottimi, trovate tutto a questo link.
To do list per una prossima visita:
– un lungo giro da foodblogger nella via San Lorenzo, la via dei negozi di alimentari e gastronomie, perchè ad Alessandria se c’è qualcosa di speciale a tavola allora “viene da via San Lorenzo”;
– visitare la fabbrica Borsalino, doe nasce il cappello più famoso al mondo, che ha dato tanto all’economia di questa città;
– assaggiare la Polenta di Marengo, la torta più celebre di Alessandria a base di farina di mais.
Diciamocelo, la sola idea delle Terme mette nel cuore un’idea di relax che già in partenza fa molto. La Spa Lago delle Sorgenti di Acqui è particolarmente accogliente e raffinata e ha un percorso olistico completo.
La ragione per cui dovreste sceglierla tra tante è il percorso dei suoni, le campane tibetane all’interno della stanza di vapore e, soprattutto, il bagno di gong, che risveglia emozioni sopite e profonde e libera di tutto quello che vorremmo lasciar andare ma ancora teniamo dentro.

Acqui Terme è da visitare, non solo per le sue terme, ma per il nucleo storico più alto, medievale, con le viuzze che si snodano tra antichi palazzi, come carrugi liguri, fin quando si apre all’improvviso la piazza del Duomo, alta e in pendenza.
Da fotografare e toccare La Bollente, che da sotto l’edicola ottocentesca sgorga a 74,5° risalendo dalle profondità della terra. 

Menzione d’onore da parte mia va al ristorante dove abbiamo cenato, l’Osteria Enoteca La Curia, con una cena di piatti del territorio, con plin grassottelli e saporiti, stupefacenti per chi come me è abituato a quelli piccolini, ma meno corposi dell’albese. 
Notevole anche il filetto baciato, specialità pregiata e rara di Ponzone – perchè, si sa, non esiste un albero dei filetti… – ottenuto avvolgendo il filetto in pasta di salame ed effettuando la stagionatura in budello sintetico che meglio accompagna la riduzione di volume dei due prodotti accostati.

To do list per una prossima visita:
– vedere da vicino quel che resta dell’antico acquedotto romano;
– fare un giro a Visone da Canelin, rinomatissima dolciaria del territorio che produce torroni al miele con le nocciole della zona;
– provare una delle ricette acquesi a base di baccalà, che ricorda quanto questa zona sia vicino alla liguria e al mare;
– scoprire qualcosa dell’antico quartiere ebraico di Acqui.

Il nostro secondo giorno di visite e sfide ci dà un assaggio dell’alta concentrazione dei castelli del Monferrato, tra la zona della Val Bormida e quella dell’Alto Monferrato Ovadese. Ci siamo trovati, all’Agriturismo Podere La Rossa, a Morsasco, circondati da colline alcune più dolci, altre più aspre; alcuni punti erano particolarmente boschivi altri si aprivano con sprazzi di vigna; ogni collina sulla visuale aveva il suo castello in cima: Rocca Grimalda, Cremolino, Trisobbio ed altri. Non era facile distinguerli con la foschia, ma da lì dovevano essere visibili almeno tre, che un tempo comunicavano tra loro per difendere il territorio. Questa zona è stata accomunata alla Francia per i suoi castelli, ma anche per i suoi vini. Il Dolcetto di Ovada, che non è un vino dolce, lo dico per i non-piemontesi, ma del quale si ha notizia a partire dal XVIII secolo, coltivato ad
Acqui e ad Alessandria. Naturalmente amabile non ha bisogno di lungo invecchiamento o di affinatura in botte di legno e si abbina agli antipasti piemontesi, alla pasta ripiena, alle carni non troppo elaborate.
Qui producono anche dell’ottima Barbera, questa sì, che più si presta all’invecchiamento.

Se volete scoprire qualcosa di più dell’esperienza “Vedo -Tocco-Annuso” all’Agriturismo La Rossa, che è un percorso dedicato ai bimbi e ai grandi, trovate tutto a questo link.
To do list per una prossima visita:
– visitare uno di questi castelli, anche più di uno se possibile, tutti diversi per epoca, storia, tesori nascosti;
– fare una scorpacciata di Brachetto in quel di Strevi per accompagnare tutti i miei prossimi dolci;
– scoprire un piatto antico e tipico come la Perbureira, minestra tradizionale del paese di Rocca Grimalda, con fagioli e lasagne.

A Novi Ligure, le mie aspettative di serena e rilassante passeggiata tra le colline monferrine è stata disillusa. 
Sfida di potenza e gara su mezzi improbabili mi hanno spezzato all’istante la digestione. Se amate come me le lunghe (e placide) passeggiate in bicicletta, potete recuperare l’outfit “giornata in campagna” corredarlo di cesta da pic nic ed avventurarvi su una vecchia graziella per i dolci pendii del Monferrato. Se avete un animo più sportivo potete noleggiare una mountain bike qui a Novi e fare lo stesso giro, magari un po’ meno romantico. A Novi si trova però una tappa che non ci si può perdere: il Museo dei Campionissimi.
Si tratta di un grande museo, unico nel suo genere in Italia, con una serie infinita di reperti ciclistici: da Leonardo da Vinci ai nostri giorni, dalla prima bicicletta Bianchi al femminile a quella interamente costruita in legno, ai più bizzarri cicli da lavoro, ovviamente insieme alle bici da corsa che hanno fatto la storia del ciclismo italiano.
To do list per una prossima visita:
– fare questa benedetta rilassante passeggiata sulle colline;
– scoprire qualcosa di più su Novi Ligure che è bellissima, una piccola Genova dai palazzi nobiliari dipinti e dai superbi misteriosi cortili. 

Dopo le fatiche ciclistiche del pomeriggio, un breve viaggio ci attende per svelarci un paesaggio completamente nuovo ed affascinante. Siamo in Val Borbera. Il nome del torrente significa “acqua che scorre vorticosamente” ed è proprio così: in fondo ai crinali ecco scorrere laggiù il torrente Borbera. 
Sui fianchi delle colline che sono qui quasi montagne ecco i calanchi, formazioni argillose brulle, dove l’erba non attecchisce. La difficile accessibilità ha fatto sì che il dialetto parlato nei paesi della Val Borbera resti una forma del dialetto ligure, diversa dal piemontese di altre zone.
Il paese dove si trova l’Agriturismo Vallenostra, Mongiardino Ligure conta circa 180 abitanti e il formaggio che vi si produce, il Montebore, presidio Slowfood, è qui un’istituzione. Come tutte le cose difficili da produrre si stava perdendo e solo un rigoroso recupero ha fatto sì che tornasse agli onori della cronaca, dopo essere stato nei tempi passati il formaggio scelto da Leonardo da Vinci per il banchetto di Isabella d’Aragona. La sua composizione è mista ed è rigorosamente di latte crudo vaccino e ovino (e talvolta anche caprino). Le formette vengono sovrapposte a tre a tre per ricordare la sagoma delle torri del territorio e vengono lasciate stagionare.
Esiste anche il Monteborone, composto da 5 forme sovrapposte e molto più stagionato.
Vallenostra produce anche un’altra vasta gamma di formaggi a latte crudo e se non potete farci un salto, val la pena di fare un ordine per provare le sue prelibatezze.
Dei formaggi deliziosi abbiamo avuto un soddisfacente assaggio (lo chiamiamo assaggio? Io mi sarei fermata lì!) a inizio cena, insieme a tanti piatti semplici e saporitissimi, tanto che nessuno voleva rinunciare a nulla, sebbene si fosse tutti parecchio sazi.

To do list per una prossima visita:
– mangiare tutto – ma proprio tutto, anche quello che stavolta non ci stava- l’Agriturismo Vallenostra è da incorniciare in quanto a qualità del cibo, con la certezza che tutto quello che arriva sulla vostra tavola è prodotto da loro stessi;
– fare un giro nei paesi fantasma, paeselli della zona che a causa dell’emigrazione hanno perso gran parte dei propri abitanti;
– trovare una cantina di Timorasso per una degustazione guidata: è un vino che merita!
Il nostro terzo giorno inizia con un paesaggio che ci stupisce. 
Siamo nel territorio di Casale Monferrato, le colline cambiano forma e colore per darci il benvenuto.
Casale è stata per secoli la rivale naturale di Alessandria, tanto da riuscire a rubarle, durante una scorreria, un preziosissimo crocifisso medievale in argento, oggi conservato nel Duomo di Sant’Evasio. Sotto il dominio dei Gonzaga divenne una delle più belle ed avanzate cittadelle monferrine.
Al ristorante La Torre, presso l’Hotel Candiani, qualcun altro ci aspettava, lo chef Roberto Robotti, ansioso di vederci ai fornelli ma soprattutto di spiegarci qualcosina sulla cucina kosher e sui suoi fondamenti. 
Casale ebbe per secoli un’importantissima ed ingente comunità ebraica tra i suoi abitanti, tanto che in una delle sue piazze più importanti troneggia una statua del Re Carlo Alberto che concesse con lo Statuto Albertino la libertà di culto a tutte le minoranze nel regno di Savoia, anche se in realtà fu dal 1570 che Guglielmo Gonzaga concesse agli ebrei di Casale e di altri centri del Monferrato di professare liberamente la loro religione, decretendo così lo sviluppo economico di questa città.

Se volete dettagli sulla sfida culinaria potete guardare  questo link.
Qui il nostro pranzo kosher, sintetizzato in un’immagine:

Nel pomeriggio ci aspetta la Sinagoga, la più bella del Piemonte, perchè gli ebrei di Casale subirono l’influsso del decorativismo cattolico e vollero una sinagoga altrettanto magnificiente, sebbene dall’esterno non si intuisca nulla, in linea con quelle che erano le regole pre-Statuto Albertino. Peccato non aver potuto fotografare nulla…

Subito dopo tocca a Sant’Evasio, il Duomo, capolavoro del romanico perfettamente conservato:

Non possiamo passare da Casale senza rendere omaggio ai suoi Krumiri, i biscotti nati in una serata di bisboccia, dedicati ai baffi dell’allora Re d’Italia Vittorio Emanuele.

Prendiamo giusto un biscotto per darci la carica e per consentirci di arrampicarci fino in cima alla Torre Civica, 60 metri di altezza, dalla quale si gode la vista di tutta Casale.

L’ultima visita la merita il Teatro Municipale, coevo del Teatro alla Scala di Milano, una vera bomboniera ottocentesca, considerato uno dei più belli del Nord Italia per gli interni, paragonabili a quelli del Teatro Carignano di Torino, e ancora centro della vita culturale di Casale.

To do list per una prossima visita:
– una più lenta visita della città: ci sono molti palazzi e monumenti da visitare, alcuni molto belli che meritano più tempo;
– il castello dei Paleologi, 900 anni di storia, per me da non perdere;
– un giro per il Monferrato casalese, la cui dolcezza abbiao potuto solo intuire e che vanta luoghi e viste davvero commoventi.
Un ringraziamento speciale va ad ATL Alexala, a Mirella Maestri – preparatissima – a Lara Bianchi, alle due Valentine, a Sara Fiorentino, a Giorgio, dal quale temiamo il frutto delle sue riprese, a Franco del Podere La Rossa, per avermi premiata, a tutti coloro che hanno cucinato per noi – così tanto e così bene!
Per ultimi voglio ringraziare i miei compagni di viaggio, Giusy, Anthea, Gian Luca, Valentina e Manuela, con i quali abbiamo creato un gruppo affiatato, il primo ingrediente e quello fontamentale per far sì che un viaggio, qualunque viaggio, sia un successo
Spero che i miei ricordi, insieme ai miei propositi, possano ispirare qualcuno che si approccia alla visita della terra così multiforme e varia che è il Monferrato.

Se il mio
post vi è sembrato interessante e avete piacere di esprimere una
preferenza, sono in gara con gli altri blogger per il post/diario di
viaggio più bello.
Potete votarmi su facebook, sulla pagina di Alexala:

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#InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano

Qualcuno di voi avrà sentito parlare in questi giorni di #InvasioniDigitali.

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#InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" class="facebook-share"> #InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" class="twitter-share"> #InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" class="googleplus-share"> #InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" data-image="http://www.ricettedicultura.com/wp-content/uploads/2014/05/facciata_scorcio_zps8659bbe4.jpg" class="pinterest-share">
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Perugina, il Museo e la Scuola del Cioccolato

C’eravamo lasciati con uno sguardo su Perugia:

Ma ora parliamo di baci.
Come la celebre “Carezza in un pugno” di Celentano, anche i Baci Perugina nascono da… un cazzotto.

Nel 1922 la signora Luisa Spagnoli, per recuperare gli scarti della lavorazione delle nocciole, una granella troppo sottile, pensa di farne praline, impreziosite da una nocciola intera in cima e ricoperte da un delizioso fondente alla vaniglia. Per la forma irregolare li battezza “cazzotti”. Giovanni Buitoni cambia il nome in Baci, immaginando il cliente che entra in negozio: 

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«Signorina, mi dà un bacio?»

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«Certo, Signore, ecco a lei un Bacio.». E con una punta di malizia e romanticismo nasce il prodotto che più di tutti segnerà la storia di questa azienza.

Nel 1915 la Perugina aveva abbandonato il centro città per lo stabilimento di Fontivegge, nella periferia di Perugia, con macchine modernissime per l’epoca. In quel momento si configura il passaggio da bottega artigianale a moderna industria, innescando una serie di cambiamenti innovativi per l’epoca, tra i quali spicca il risalto dato alla comunicazione pubblicitaria.
La pubblicità è momento fondamentale anche per il Bacio, affidata per tutti gli anni ’30, all’inventiva di Federico Seneca, che trasforma il celebre “Bacio” del pittore romantico Francesco Hayez, nei due innamorati del Bacio Perugina.

La comunicazione pubblicitaria, qui come non mai ce ne rendiamo conto, segue il costume e il cioccolato diventa, di volta in volta, trasgressivo, passionale o ancora rassicurante e familiare e passa dal dono tra innamorati alla dimensione familiare.


Il Museo Storico Perugina, nato nel 1997, per i 90 anni dell’azienda, racconta questa storia.
Oggi è possibile compiere un viaggio nel cioccolato, attraverso la sua storia, la storia della Perugina, e la sua comunicazione.

Tra réclame pubblicitarie che ormai ci fanno sorridere, per i cambiamenti di stile che si sono compiuti, e testimonianze di personaggi celebri, il viaggio è affascinante.
Il primo testimonial celebre è Mussolini che nel 1923, durante una visita alla fabbrica, afferma: «Vi dico e vi autorizzo a ripetere che il vostro cioccolato è davvero squisito.». Le sue parole, prontamente appuntate dai testimoni, vengono altrettanto prontamente ritrattate perchè l’immagine tutta d’un pezzo del duce non poteva indulgere su consigli pubblicitari. 
Ci pensa Gabriele D’Annunzio a mettere in risalto la delicatezza delle confezioni.

Qui i versi di Totò per l’amato cioccolato.
La storia della Perugina è d’altronde legata a doppio filo alla Storia d’Italia: vediamo succedersi guerre e crisi, e periodi di ripresa e prosperità.
All’interno del museo è bellissimo perdersi tra le vecchie pubblicità e le foto d’epoca delle operaie al lavoro e fare il confronto con le moderne linee di produzione, attraverso la visita alla fabbrica in funzione.

Il periodo migliore per una visita, per vedere le macchine al lavoro, va dal mese di luglio al mese di marzo, quando la produzione dei prodotti è al massimo, mentre si fermano verso l’arrivo della stagione estiva.
Presso la Casa del Cioccolato non si trova solo il museo, ma anche la Scuola del Cioccolato. Qui si possono seguire corsi completi e diversi per durata e approfondimento per imparare tutti i segreti della lavorazione del cioccolato. Un mastro cioccolataio, nel nostro caso Massimiliano, mostra tutti i procedimenti ed ognuno li ripete nella propria postazione, portando poi a casa i cioccolatini prodotti.

Noi abbiamo imparato a fare i “Nudi”, ma le preparazioni sono diverse, per un’offerta variegata è un’esperienza sempre nuova. Preparando le specialità di casa Perugina si imparano i fondamenti della lavorazione del cioccolato, il temperaggio del cioccolato, la ganache, la pralina, applicabili poi in diversi prodotti finali:…poi serve solo un po’ di fantasia per inventarne di nuovi.

Se capitate in Umbria e a Perugia per una vacanza, cercate di mettere in programma una visita a questa strabiliante vetrina sulla storia e sul costume italiano.
Tutte le informazioni di visita e prenotazione le trovate a questi link:
Casa del Cioccolato 
Scuola del Cioccolato

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Un viaggio a Perugia

Molti di voi  hanno visto su Facebook il mio biglietto d’oro per la visita alla Fabbrica di Cioccolato. Si trattava di una visita allo stabilimento della Perugina a Perugia con visita alla Casa del Cioccolato, un vero e proprio museo sull’evoluzione della Perugina nel corso di un secolo di storia.
Ho tentennato a lungo su come impostare questo racconto e alla fine ho deciso di dividerlo in due parti dedicandone una alla città di Perugia che mi ha stupito per la sua bellezza e le sue atmosfere.
Ho conosciuto Perugia alcuni anni fa, ma distrattamente, e a dire il vero ne ricordavo soltanto il vento e il freddo.
Il vento mi ha accolto anche questa volta!
Henry James, quello di Ritratto di Signora, nel 1875 scrisse nei suoi appunti di viaggio: «Forse
farò un favore al lettore dicendogli come dovrà trascorrere una
settimana a Perugia. La sua prima cura sarà di non aver fretta, di
camminare dappertutto molto lentamente e senza meta
e di osservare tutto
quello che i suoi occhi incontreranno.»

le 5 incisioni sul Torcolo di S.Costanzo
Ed è così; è questo il miglior modo per avventurarsi nel centro storico perugino. La città si sviluppa a 450 m sul livello del mare, su due colline collegate dall’antico decumano. Da un’acropoli centrale si sviluppano 5 borghi, innestati sulle 5 porte dell’antica Perugia, quella simbologia del 5 che ancora oggi fa bella mostra di sé sul famoso Torcolo di S.Costanzo, un dolce che si prepara per la festa del patrono.
Ogni quartiere si diparte poi da una via principale su cui si affacciano i vicoli stretti e ombreggiati. Ma è sopra le teste che lo spettacolo si fa più affascinante, archi rampanti e quelli che sembrano essere antichi passaggi, dove vedrei bene avventurosi spadaccini seicenteschi impegnati in rocamboleschi duelli.

La città è di fondazione etrusca, e conosce in seguito la dominazione romana e bizantina.
Del 1308 è la fondazione dell’Università, anche se corsi in legge e medicina erano attivi già nel ‘200. Intorno alla metà del XIV secolo era già tanto affermata da essere citata come una delle tre lumina in orbe, assieme a Bologna e Parigi. Oggi è la più grande Università per Stranieri in Italia.
il Portale delle Arti del Palazzo dei Priori
il duecentesco Palazzo dei Priori
la Fontana Maggiore di Nicola Pisano: da 800 anni funziona con l’acqua del Monte Pacciano

Durante il Rinascimento Perugia conosce un grande sviluppo, grazie alla famiglia Baglioni, tra il 1438 e il XVI secolo. Diventa un importantissimo centro artistico: alcuni dei nomi più celebri, Pinturicchio, il Perugino (che però era di nascita di Città della Pieve), mentre altre importanti personalità ebbero a Perugia la loro formazione, come Raffaello Sanzio e Pietro Aretino.

Sotto la dominazione del papa Paolo III Farnese, la città perde la sua autonomia civica e vive un periodo di decadenza, ma ancora pregevolissimi edifici vengono edificati. Con la costruzione della Rocca Paolina tra il 1540 e il ’43 una guarnigione papale si innesta definitivamente nella città. La Rocca, simbolo della supremazia del papato, opera di Antonio da Sangallo, si estendeva molto più di ora, su basamenti di antichi palazzi, ed oggi, nell’attraversarla sembra di percorrere una città nella città.

Per lunghi anni Perugia visse in quel clima sonnacchioso delle terre dominate dal Papato, la stessa immobilità che il marchigiano Leopardi lamentava a Recanati (anche le Marche come l’Umbria erano sotto il dominio papale.)
Il risveglio si avrà nel Risorgimento, esattamente con le stragi di Perugia del 1859 e l’annessione, l’anno seguente al regno di Sardegna. Dopo questi anni, Perugia divenne il capoluogo di una vastissima provincia dell’Italia centrale.

Nel 1922 da Perugia partì la tristemente nota Marcia su Roma, ma con la persecuzione razziale le operazioni clandestine di soccorso agli ebrei perseguitati sono coordinate qui da un perugino doc, il parroco don Federico Vincenti, a cui venne poi conferita l’Alta Onorificenza dei Giusti tra le Nazioni.

Se cercate un posto per mangiare, magari accompagnando dell’ottimo cibo con un vino di qualità scegliete la Bottega del Vino, in via del Sole 1.

Per una notte da re, scegliete il Brufani Palace e se siete fortunati potete avere una vista come questa:

E la Perugina, vi chiederete voi?
Nasce qui il 30 novembre del 1907 dallo slancio imprenditoriale di Francesco Buitoni, Leone Ascoli, Francesco Andreani e Annibale Spagnoli, in un edificio di 4 piani con 15 dipendenti.

All’inizio è una confetteria, Società Perugina per la Produzione dei Confetti, perchè il cioccolato all’epoca era considerato un bene di lusso che poteva impegnare solo parzialmente la produzione. Il primo anno non è particolarmente promettente, tanto che Francesco Buitoni affida la conduzione dell’azienda al figlio diciannovenne Giovanni. La mossa si rivela vincente: in pochi anni Giovanni, affiancato dalla moglie di Annibale Spagnoli, Luisa, fa decollare la produzione e la reputazione nazionale della Perugina e già nel 1915 la produzione si trasferisce a Fontivegge.

E subito fuori da Perugia si trova oggi la Casa del Cioccolato, museo, laboratorio, e shop.
—-la storia continua con il prossimo post—-

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Lisbona e il Caldo Verde


Immaginate una coppia che parte per un viaggio – il primo viaggio che fanno solo in due –  i primi giorni di gennaio alla ricerca di un posto caldo, culturalmente stimolante, dove si mangia bene e non troppo affollato di turisti chiassosi.
il famoso electrico 28

La nostra scelta cade su Lisbona, la temperatura a gennaio oscilla fra i 10 e i 15 gradi, di norma piove, ma il vento del vicino oceano spazza in fretta le nubi e noi amiamo il vento e quel clima variabile e imprevedibile. 

Arriviamo la sera con il buio e la pioggia, un acquazzone incredibile che ci accoglie e ci infradicia e ci fa comprare un ombrellino che ci verrà in soccorso nei quattro giorni seguenti.
Largo di Carmo, Chiado
Lisbona con la pioggia assomiglia alla nostra Torino, dove ci siamo conosciuti e innamorati; è lucida e silenziosa, mentre le sagome scure dei passanti frettolosi compaiono sotto i lampioni e scompaiono subito dopo.
Gironzoliamo per il Barrio Alto, senza una vera meta, godendoci quel luccicare discreto e un’incantevole vista notturna della città dal miradouro de Sao Pedro de Alcantara.
la bianca Torre di Belem in stile manuelino

Il mattino seguente Lisbona brilla, il sole splende incredibilmente, tanto da farci girare con il cappotto aperto, e brilla anche la Torre di Belem, bianchissima e cesellata come se fosse di porcellana finissima.
Dopo un pranzo divino a base di açorda de marisco, una zuppa di pane e pesce, affondiamo i denti nei famosi Pasteis de Belem, tartellette di sfoglia ripiene di crema al latte caramellata, acquistate proprio dove si dice che siano nate, all’Antica Confitaria de Belem e ce le pappiamo ancora tiepide e spolverate di cannella.

il ponte 25 de abril e il Tago

Torniamo verso il centro, al Terreiro do Paço, anche detto
Praça do Comercio, sulle rive del Tago, un superbo ed enorme
quadrilatero che si svela in tutta la sua bellezza e che così si svelava
ai mercanti che approdavano dal Tago. 

L’enorme spianata di Praça do Comercio – Terreiro di Paço

io nella Rua Augusta
Lisbona qui mostra il suo lato regale, ai lati della Rua Augusta, che da qui comincia, si vede la collina di Castelo, con in cima il Castelo de Sao Jorge, dall’altro lato la collina de Sao Pedro de Alcantara e al centro si apre la Baixa, reticolo di strade dritte e ortogonali, fatto costruire in tutta fretta dal marchese di Pombal, ministro del re Joao I, dopo il devastante terremoto del 1755 che aveva lasciato in piedi solo il quartiere arabo dell’Alfama. 
Gli elevadores ci portano nei punti più panoramici di Lisbona, ma ce n’è uno particolare, quello de Santa Justa, che fu progettato da un allievo di Gustave Eiffel (quello della torre). Dalla cima di questa struttura neogotica in metallo che ci porta fin dentro il Chiado, vediamo la Baixa illuminata e tutta la Lisbona vecchia fino al Tago. 
L’elevador de Santa Justa
Affacciati sui tetti dell’Alfama

Il giorno dopo saliamo alla Feira de Ladra, il caratteristico mercato delle pulci del sabato, dove si dice che si possa trovare di tutto e dove bisogna stare attenti ai borseggiatori. L’Alfama invece svela a noi il suo lato più gentile, non sembra affatto rischiosa e il tram 28, un’istituzione per i turisti e i lisboneti, ci porta fino in cima e poi ci lascia al Miradouro di Santa Luzia dove c’è una delle più pittoresche viste dei tetti della Lisbona vecchia. 

l’Alfama dal Miradouro di Santa Luzia

Anche qui un acquazzone memorabile ci coglie di sorpresa e noi ci rifugiamo in un ristorantino dall’aria datata, con gli azulejos alle pareti, le caratteristiche piastrelle che rendono ogni locale vagamente anni ’50. Mangiamo strabene anche qui e, con la pancia piena, ritroviamo una città di nuovo illuminata dal sole. 

Estaçao do Rossio

Ripercorriamo la via Augusta fino alle piazze Dom Pedro IV e Restauradores e scopriamo la splendida Stazione del Rossio, un vero miracolo di arte liberty.
Da qui partiamo il mattino seguente per una gita all’incantevole cittadina di Sintra, che fu una delle residenze estive dei sovrani del Portogallo. Ci rimane impresso nel cuore il suo verde e l’arditezza di certe costruzioni, a volte fin troppo marcate e pesanti, ma che portano agli occhi e all’anima il senso di un popolo così antico e variegato. Influenze arabe e moresche, religiosità cristiana portata all’eccesso e mille altri particolari che sembrano essere un libro di decorativismo medievale a cielo aperto. Visitiamo il Castello dos Mouros e il Palacio de Pena costruito nel 1840, denso di tutti gli stili, dal gotico al manuelino, passando per il rinascimentale e il barocco.

Palacio de Pena
A Brasileira

La sera ci immergiamo nelle suggestioni di una Lisbona malinconica. Il solitario Pessoa di bronzo che, seduto su una panchina davanti al caffé A Brasileira, ci invita per una foto, la magia del fado, una cenetta romantica in un posticino delizioso.
Mangiamo il famoso Caldo Verde, una zuppa semplice e deliziosa, del chourizo affumicato, un saporitissimo formaggetto di capra e annaffiamo il tutto con buon vino e un bicchierino di Porto.

l’ultima sera a Lisbona

L’ultimo giorno vediamo Lisbona dal punto più alto del Parque Eduardo VII.

Parque Eduardo VII

L’urbanistica della città ci è ancora più chiara da quassù. Un ultimo veloce saluto alla Praça de Touros e poi via, con un ricordo di viaggio che ci porteremo dentro per sempre.



La ricetta: Il Caldo Verde di Lisbona 
E’ una zuppa semplicissima, ma veramente saporita. Avevo provato a cucinarla prima di partire, senza aver ben chiaro quale potesse essere il risultato finale… Una volta gustata sul posto, ho provato a rifarla ed è venuta quasi uguale all’originale assaggiato a Lisbona.


Io ho usato per due persone:
250 g di patate già sbucciate
7/8 foglie esterne di una verza
mezza cipolla
uno spicchio d’aglio
olio evo


Ho messo in un pentolino, abbondante acqua per lessare le patate, già sbucciate e tagliate a pezzetti. Ho salato l’acqua e vi ho aggiunto tre cucchiai d’olio, la cipolla e lo spicchio d’aglio spezzato.
Mentre le patate cuocevano ho lavato la verza, l’ho arrotolata su se stessa come un sigaro e l’ho tagliata finemente: deve assomigliare ad erba.
Quando le patate erano morbide, le ho tirate fuori dal brodo e le ho schiacciate ben bene con la forchetta, fino a ridurle in purea. Poi ho versato questa purea di nuovo nel brodo, aggiustando di sale. 
Quando la zuppa riprende bollore, si aggiunge la verza a striscioline. Deve cuocere per circa 10 minuti. L’ho lasciata ammorbidire, ma bisogna stare attenti che tutto il Caldo Verde resti verde e non viri verso il giallo, con una cottura eccessiva.
Questa zuppa si serve aggiungendo un filo d’olio nella scodella e fette di pane di miglio (o integrale, come ho fatto io) e talvolta anche olive nere.
Il fiore all’occhiello sono fettine di chourizo affumicato, circa tre per ogni commensale, aggiunte all’ultimo!

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giri_n_giro, ricette tradizionali

Genova e la focaccia di Recco La celebre focaccia al formaggio ligure da gustare calda

L’anno scorso all’inizio dell’estate abbiamo fatto una gita a Genova.
Genova è una città che bisogna esplorare, non basta attraversarla di corsa raggiungendo il porto per capire come è fatta. Certo andarci per visitare l’enorme attrazione dell’Acquario è già un passo, ma questa tentacolare attrazione non vi dirà molto sul carattere dei genovesi.
Per sperare di capirci qualcosina in più bisogna entrare nei suoi vicoli, assaporare i suoi profumi, incrociare gli sguardi del popolo multietnico che da secoli la abita.
Genova è una città di mare, il capoluogo di un grande porto e ha alcune caratteristiche che si possono riscontrare solo in città testimoni di così grandi passaggi di flussi umani. A un primo sguardo può risultare caotica, disordinata, come una donna spettinata, sorpresa nella sua privacy e gelosa di conservare la propria intimità.
In realtà ha bellezze da mostrare a chi si addentra con più attenzione tra le sue strade.
 
Il pretesto per la nostra gita è stato la mostra “Caravaggio e l’arte della fuga. La pittura di paesaggio nelle Ville Doria Pamphilj” che era allestita nella villa cittadina del Principe Doria.
Proprio da lì è partita la nostra visita, tra le arcate a tutto sesto di ritmo chiaramente rinascimentale e il giardino all’italiana, tra compartimenti di fiori e piante, pavoni  e la grande fontana del Nettuno in primo piano sullo sfondo del mare.
Poi il giro è continuato tra strette vie, carrugi, come dicono in Liguria. Il centro storico di Genova sembra una scatola di costruzioni abbandonata dopo il gioco. Le case sono sorte fitte fitte, le une sulle altre, e le sorprese spuntano dietro ad ogni angolo. 
Palazzi splendidi e colorati che sorgono all’improvviso dietro un angolo, e luoghi che rasentano la fatiscenza, chiese sopraelevate quasi volessero turarsi il naso davanti al mercato del pesce, migliaia di bancarelle di libri e dischi usati e ogni sorta di locale mangereccio etnico.
La sosta per la focaccia è di rito e poi ancora un’altra Genova. La Genova più modaiola, con la passeggiata affollata di gente, il sabato pomeriggio, i negozi (ancora librerie) pieni, i palazzi più sfarzosi che si svelano lungo via XX settembre.
A cena siamo andati in una trattoria vicino al porto, un locale non alla moda, ma dove abbiamo potuto mangiare ottimi piatti di pesce.
E poi ancora un giro, prima di tornare verso la stazione.
Un giorno solo non basta a conoscerla, ma già in un giorno Genova ci ha lasciato qualcosa di sè!
 
 
La focaccia con il formaggio è la ricetta tipica di Recco, ma anche a Genova si può trovare appena fatta e buonissima!!! Va mangiata calda, quando il formaggio non si è ancora solidificato, per questo motivo nelle panetterie bisogna acchiapparla, a suon di gomitate, appena la sfornano. E, non si sa come mai, ne sfornano sempre troppo poca alla volta.
Il formaggio NON è la prescinseua, perchè troppo liquido o troppo acido… Nel disciplinare viene indicato “formaggio fresco L.L.T., prodotto con latte ligure tracciato”.
La ricetta è più o meno (per chi volesse qui c’è la ricetta originale!) e qui invece trovate la mia versione.
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Senza categoria, storia & cultura

25 maggio – Fish & Chips Day (ma il mio è homemade!!!)

Oggi, 25 maggio, in Irlanda si festeggia il Fish&Chips Day.
Si tratta di un’iniziativa nata per far conoscere le origini di questa preparazione che sembra affondare le radici nella cucina anglosassone delle coste e che invece vanta una discendenza tutta italiana. Infatti nel 1880 si formò la prima comunità di immigrati italiani in Irlanda; provenivano da Val di Comino, provincia di Frosinone, ed introdussero la frittura di pesce in pastella, vendendola poi agli angoli delle strade avvolta in cartocci insieme alle patate fritte.
Non solo pizza…è un sollievo, anche se ricordiamo che curiosamente anche la pizza nasce come cibo da mangiare in strada, senza tanti complimenti…il cibo prêt à porter è di sicuro successo!
Non mi stupisce che gli italiani siano arrivati anche in Irlanda a portare qualcosa della nostra tradizione culinaria… mi stupisce che in quegli anni andassero proprio in Irlanda dove non si navigava nell’oro, tutt’altro… ma tant’è!!!
il nostro itinerario
Questa ricorrenza è anche l’occasione per dedicare un post a questa bellissima terra e per ricordare il mio viaggio dell’anno scorso, viaggio di scoperte e di emozioni continue in un luogo che non può non restare nel cuore.
Anche oggi mi porto dietro il chiasso di Dublino e la sua poesia, il vento di Galway, i colori del Connemara, il silenzio di Inis Mor, la musica di Doolin, lo spleen delle Cliffs of Moher, i contrasti di Limerick, i profumi di Cork, i colori di Kinsale, l’impronta della storia a Cashel e Cahir, l’aspettativa sportiva di Kilkenny, e solo chi ha visitato quei luoghi mi può capire da una sola parola.
Pubblico qualcuna delle mie foto dell’agosto scorso… con un velo di malinconia…e poi largo alla ricetta del Fish&Chips…a modo mio!
I mille volti di Dublino
Galway, città sul mare e mare in città
uno sguardo sul Connemara
Kilemore Abbey, al centro del Connemara
Inis Mor, la più grande delle Aran Island
silenzio alle Aran
uno sguardo sull’Atlantico dal Dún Aengus
il Clare fatato
Vertigini alle Cliffs oh Moher
Breve sosta a Limerick
Cork, ventosa e affascinante
Le maree e le piccole case colorate di Kinsale

I laghi di Killarney, nel Kerry
Muckross House
In punta di piedi dentro Cashel
Uno sguardo su Cahir dalle mura del castello
Kilkenny, piena di storia
La ricetta: Fish & Chips Homemade

Quei signori di Val di Comino non avevano la friggitrice, né le patate surgelate, né la maionese in bustina… Quindi presumo avessero un bel da fare a preparare fish & chips tutto il sacrosanto giorno.
Anche con le facilitazioni elettriche odierne, toglietevi dalla testa di risolvere il tutto in 10 minuti!!!

Io ho suddiviso il lavoro in quattro (4!!!) fasi.

1. La salsa
1 uovo
125 ml di olio di semi
il succo di mezzo limone
sale
1 vasetto di yogurt bianco intero
1 cucchiaino di timo
pepe

Si tratta di una maionese fatta a mano corretta con lo yogurt: nell’uovo intero ho messo un pizzichino di sale, ho mescolato per un minuto poi ho cominciato ad aggiungere l’olio di semi di mais a goccia a goccia sempre mescolando. Poi con la velocità minima del frullatore ho continuato a montare, aggiungendo l’olio a filo.
Quando la maionese è diventata solida ho aggiunto il succo filtrato di mezzo limone e ho aggiustato di sale. Poi ho messo in frigo.
Prima di portare in tavola ho mischiato 4 cucchiai di maionese con 2 di yogurt intero, un cucchiaino di timo e una spolverata di pepe.

2. Le patate (quantità a scelta…ma più sono e meglio è!!!)

Ho scelto il tipo a buccia rossa, più adatto ad esser fritto. Le ho lavate e sbucciate, tagliate a listarelle lunghe e messe in frigo, mentre preparavo la salsa.
Le ho riprese e ho fatto il primo passaggio in olio bollente di semi di arachidi, devono essere tolte che sono ancora bianche. Si lasciano intiepidire e intanto si passa al pesce.
Poi si riprendono e si fa una seconda frittura, che darà croccantezza, facendole dorare un po’ e salando alla fine.

3. La pastella
100g di farina
100 ml di birra
1 uovo
sale

Ho mischiato la farina con il tuorlo d’uovo, aggiungendo pian piano la birra. Ho lasciato riposare per dieci minuti, poi ho aggiunto l’albume montato a neve con un pizzico di sale.

4. Il pesce
per 2 persone ho usato 250 g di merluzzo decongelato
Ho asciugato i filetti e li ho passati nella farina, poi li ho bagnati abbondantemente nella pastella e li ho messi a friggere, mentre le patate completavano la seconda friggitura in un’altra padella.

Ho composto il piatto e…   goile maith ar chor ar bith!!!

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