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Gli appuntamenti di Ortinfestival: ce n’è per tutti i gusti.

Come anticipato qui, volevo raccontarvi qualcosa sui tanti appuntamenti di Ortinfestival alla Venaria Reale dal 30 maggio al 2 giugno, per invogliarvi a partecipare.
 
 
 
Il Potager in cui la manifestazione/esposizione si articola è una maglia quadrata di spazi tenuti a verde e completati con una collezione frutticola, orti, cereali, prato e fioriture, divertissement d’acqua e gallerie verdi. 
Immaginate in questo spazio una composizione regolare e studiata di:
varietà antiche di alcuni ortaggi, accanto al paniere dei prodotti agricoli tipici del Piemonte;
piante aromatiche, da quelle alpine, alla macchia mediterranea e quelle più esotiche; 
fiori eduli, dall’Italia e da altre latitudini, accanto a più di 50 nuove specie vegetali dal mondo che si sono adattate con grande successo ai nostri climi;
erbe spontanee, negli ultimi anni quasi dimenticate, che oggi riaffiorano nell’uso in cucina e cosmesi.
 
Per i pollici neri, però curiosi come me, ci saranno affascinanti visite guidate attraverso gli orti per imparare a riconoscere le diverse specie vegetali.
Per i pollici verdi, invece, ci saranno veri e propri workshop di orto, per costruirlo da sé, in vaso o nei cassonetti. 
Per i pollici neri che aspirano a diventare pollici verdi ci saranno basici corsi di alfabetizzazione orticola.
 
Come in ogni manifestazione che si rispetti non mancherà l’area dedicata ai piaceri del palato: si andrà dalla cucina d’autore di chef talentuosi e stellati, al BistrOrt, con cucina semplice del mercato e di stagione, ai Pop-up Kiosk, dove verrà servito al volo street-food in chiave “orticola“.
Sarà allestita un’area pic-nic, la iPlaid zone, per i dejeuner sur l’herbe o le merende sinoire, come vogliate chiamarle…
Infine non mancheranno gli showcooking e le cooking classes, con blogger, chef e autori gastronomici.
 
Nella filosofia green, i materiali di recupero verranno utilizzati per allestire orti verticali, sui tetti, sui terrazzi o sui davanzali urbani.
 
La Blogger-area sarà allestita con le tende eco-chic di Ferrino e per alcuni vi sarà la possibilità di pernottare all’interno dei giardini della reggia.
 
Infine l’area shopping riguarderà diverse categorie, dal verde (piante, tuberi, sementi), al food, al design e arredamento, al wellness e verranno presentati diversi Gruppi di Acquisto Solidale operanti sul territorio.
 
A completare il tutto ci saranno le performance degli artisti di strada e la presenza del partner d’eccezione di quest’anno, il Peru, che presenterà il rito andino della Pachamama, la Madre Terra, un tempo venerata dagli Inca e oggi da molte popolazioni autoctone del centro e sud America.
 
Vi saluto e vi dò appuntamento ad Ortinfestival con la mia semplicissima ricetta di dolce con le fragole. Mentre scrivo penso a molte amiche blogger che sicuramente saranno attratte da questo calendario così ricco ed allettante. La manifestazione aprirà alle ore 16,00 del 30 maggio e si concluderà il 2 giugno; per altre informazioni cliccate qui!
 
 
 
La ricetta: Pudding di fragole al profumo di lime

 

150 g di fette di pane integrale (il mio ai cereali preparato con Multicereali QB Molino Grassi)
20 g di burro
200 g di fragole mature
200 ml di latte intero
2 cucchiai di miele
1 uovo grande
1 cucchiaio di zucchero di canna + un po’
la buccia di un lime
 
Tagliare il pane a fette e poi a rettangolini. Lavare le fragole e tagliarle a pezzettini.
Far sciogliere il burro e spennellarlo sulle fette di pane.
In una pirofila disporre uno strato di pane e poi uno strato di fragole e continuare fino ad esaurimento degli ingredienti.
Scaldare il latte con il miele e la buccia gratugiata di un lime. Montare l’uovo con il cucchiaio di zucchero, poi miscelare questo composto con il latte e miele intiepidito.
Versare il tutto sulle fette di pane e fragole e lasciare assorbire, per circa 10 minuti, mentre il forno si scalda.
Infornare poi a 180°C fino a doratura delle fette di pane in superficie. Consumare tipiedo o freddo.
 
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6 settembre 2017
Ho provato una nuova versione di questo pudding: ho utilizzato 7 fette di plumcake all’uva passa, tagliate ancora a metà e disposte su una teglia rotonda di 20 cm di diametro. Ho sbattuto con 50 g di zucchero 2 albumi e 1 uovo intero, con la buccia di mezzo limone bio. Alle uova ho aggiunto 300 ml di latte di soia tiepido. Poi ho irrorato il pane all’uvetta con questo composto, disposto delle fragole surgelate sul tutto e fatto riposare per 10 minuti e poi infornato a 180°C per 30 minuti.
 
Eccolo qui:
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Food Revolution Day 2014 e i panini al miele e lime per il Bread Web Contest

Arrivo al limite per partecipare al Bread
Web Contest, quest’anno giunto alla seconda edizione, organizzato per
promuovere il Food Revolution Day 2014.
Ma questo post è soprattutto un pretesto per raccontarvi cosa sta succedendo durante la settimana del Food Revolution Day 2014 qui a Torino.
Marcela è un’amica e quest’anno mi ha coinvolta per la giornata conclusiva, sabato 17 maggio, ma gli eventi sono tanti e stanno creando fermento in città.
L’inaugurazione è stata ieri sera, quando lo chef olimpico Nicola Batavia ha aperto le porte del suo The Egg per cucinare cibi buoni e sani con i bambini.
Oggi siete tutti impegnati con le ultime ricette per il Bread Web Contest, mentre domani giovedì 15 l’appuntamento è con Luca Scarcella, virtuoso panificatore del Forno dell’Angolo a partire dalle 17, che impasterà con i bimbi il pane più buono e sano, dando anche tanti suggerimenti ai più grandi.
Venerdì 16 maggio si festeggerà tutti insieme con la merenda Food Revolution Day alla Casa del Quartiere dalle 17 alle 19.
L’evento clou sarà sabato 17 maggio presso Casa Scaparone, un luogo speciale immerso nel verde, a due passi da Alba (CN), con la Food Fair del Food Revolution Day. Da segnalare la partecipazione di Riso Gli Aironi, fornitore ufficiale del riso arborio del brand JamieOliver nel mondo e, scusate se è poco, di tre bravissime foodblogger: Anna di Cucina Precaria, Francesca di The Sweet Side of The Moon e la sottoscritta Me Medesima di Ricette di Cultura!!
Saremo lì con le mani (pulite!) nel cibo, a pasticciare e a dare qualche consiglio!
Trovate qui qualche altra informazione.
I contatti per tutti i vostri dubbi e per prenotare sono:
Marcela Senise – La Foodsitter – cellulare: 393 4171 550 – email: mangiachetifabenebimbo@gmail.com
Adesso vi passo la ricetta del mio pane, che doveva avere il punto di forza del miele nell’impasto, e vi aspetto, naturalmente, sabato a partire dalle 11,00!
La ricetta: Panini-brioche integrali al miele e lime

180 g di farina manitoba
100 g di farina integrale
140-150 g circa di latte intero (dipende dall’assorbimento della vostra farina)
1-2 g di lievito di birra disidratato
1 uovo bio
60 g di miele d’acacia
25 g di burro a temperatura ambiente
1 pizzicone di sale
la buccia di 2 lime
1 lime a fettine sottilissime per le decorazioni
latte e zucchero di canna per la superficie dei paninetti

Ho sciolto il lievito in una tazzina di
latte tiepido con un cucchiaino di miele, presi dal totale. Ho lasciato
riposare circa un quarto d’ora.
Nel frattempo ho pesato tutti gli altri ingredienti e fatto scaldare il
restante latte con il miele e la buccia grattugiata del lime.
Ho messo nell’impastatrice il lievito ed ho iniziato ad aggiungere la
farina a cucchiaiate, alternandola con il latte e miele. A impasto
formato ho aggiunto l’uovo ed ho continuato ad impastare.
Poi ho iniziato ad aggiungere il burro a piccoli pezzettini, aspettando
che ogni pezzettino si assorbisse, prima di aggiungere il successivo. Ho
finito con il cucchiaio di farina tenuto da parte e ho fatto incordare
l’impasto. Con la farina integrale sarà un po’ più difficile.
Ho riposto il mio panettino di impasto in frigo e lasciato riposare per tutta la notte.
Al mattino l’ho tirato fuori dal frigo e riportato a tempertura
ambiente. Poi l’ho sgonfiato e suddiviso in 12 porzioni tra i 40 e 50 g
ciascuna.
Ho impastato su se stessa ogni pallina, strettamente, per farle prendere
forza, l’ho pirlata sul piano e poi messa distanziata dalle altre su
una teglia coperta da carta da forno.
Ho atteso il raddoppio, spennellato con latte tiepido e decorato con una
fettina di lime, spessa 1mm, cosparsa poi di zucchero di canna.
Ho infornato a 190°, forno statico, per circa 14 minuti.

I panini si possono riscaldare per 5 minuti a 50°C prima di consumare, tornano sofficissimi!
Sono perfetti con le marmellate di agrumi! 😉

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Ortinfestival alla Venaria Reale – un evento speciale in una location da sogno

La Venaria Reale è stata scelta per ospitare la prima edizione di una delle manifestazioni più belle della primavera piemontese: Ortinfestival.
Dal 30 maggio al 2 giugno il Potager Royal,
in circa 10 ettari
dedicati alle coltivazioni, ospiterà questa vera e propria full
immersion nel verde. La location è stata scelta per la sua articolazione
e per la stretta correlazione tra la regalità dei palazzi e le attività
agricole che vi si svolgevano dalla sua nascita nel XVII secolo.
A Ortinfestival
ci saranno chef di talento e contadini eccellenti, colture antiche,
oggi recuperate, e nuovi ortaggi, varietà rare delle nostre campagne e
da ogni parte del mondo.

 

Per introdurre questo evento straordinario dovevo raccontarvi qualcosa
di più su questo gioiello piemontese che nel 1997, assieme a tutto il
circuito delle Residenze Reali del Piemonte, è entrata a far parte del patrimonio dell’Unesco. I restauri sono stati ultimati nel 2007 e ad oggi la Reggia è tra 5 siti culturali più visitati in Italia.

Ma diamo uno sguardo alla storia di questo luogo da sogno: correva
l’anno 1659 quando Carlo Emanuele II, duca di Savoia, con una grande
passione per la caccia, identificò i territori di Altessano Superiore,
borgata poco lontana da Torino, come adatti per praticare la disciplina
venatoria alla maniera dei re
: terreni a tratti boschivi, a
tratti aperti, sterminati e ricchi di cacciagione gli fecero concepire
un progetto ambizioso, di aggregazione del piccolo borgo, con i servizi
che forniva a livello di produzione agricola, ad una gigantesco e
magnificente Palazzo, che potesse ospitare tutta la corte, accanto al
sovrano. Carlo Emanuele II cambiò così il nome di Altessano in La Venerìa, oggi Venaria Reale.


La Versailles sabauda?
Assolutamente no! I lavori di ammodernamento per rendere Versailles
quello che divenne tra il XVII e il XVIII secolo, iniziarono solo nel
1661, due anni dopo.
È dunque Versailles ad essere La Venaria francese!

Gli architetti più importanti dell’epoca
si trovarono al servizio di questo colossale progetto partito da una
vera e propria variazione urbanistica del borgo di Altessano, del quale
la facciata della nascente reggia doveva rappresentare la quinta
prospettica da sogno, che si doveva intravedere in avvicinamento al
Palazzo stesso.


Amedeo di Castellamonte
fu il primo a mettere mano ai progetti dal 1659 al 1675: collocò
l’impianto dell’edificio in asse con la Contrada Granda, allora via
Maestra del Borgo di Altessano. A quest’epoca risale la parte più antica della Venaria, la cosiddetta Reggia di Diana,
non a caso dedicata alla dea della caccia, che ospitò negli anni di
Francesca d’Orleans e Maria Giovanna di Savoia Nemours, prima e seconda
moglie del Duca Carlo Emanuele, un corteo di dignitari di corte, cani e
cavalli pronti per la caccia al cervo due volte alla settimana.
Veduta a volo d’uccello – G. T. Borgonio 1670
Il Castello – G. T. Borgonio 1674


Con Vittorio Amedeo II le cose non mutarono. Ormai la sfida con il rivale d’oltralpe Luigi XIV era aperta. Portare migliorie alla Reggia spettò a Michelangelo Garove, tra il 1698 e il 1713. Diversi furono i progetti di ampliamento, ma solo alcuni vennero portati a compimento.

L’anno della svolta fu il 1716. Il ducato di Savoia diventò regno di Sicilia (poi mutato in regno di Sardegna dopo qualche anno e un baratto). Da Messina venne chiamato Filippo Juvarra:
tra i tanti interventi a Torino, compreso Palazzo Madama, c’è anche un
occhio di riguardo per la Venaria diventata Reale a tutti gli
effetti.
I suoi progetti riguardarono la Scuderia Grande, la Citroniera, le
modifiche ai padiglioni del Garove e la Galleria Grande; in più la
particolarissima chiesa di Sant’Uberto.

Tra il 1739 e il 1767 fu la volta di Benedetto Alfieri
che lavorò sulle parti di collegamento per conferire al progetto
unitarietà. Le dimensioni erano ormai davvero ingenti 45.000 mq di cui
20.000 edificati.
Gli ultimi interventi, in epoca
neoclassica, vennero fatti agli appartamenti reali, ma già era Stupinigi
ad essere più alla moda per le battute di caccia.
La Venaria sarà
destinata negli anni successivi ad altre funzioni fino a vivere un lungo
periodo di degrado fino al 1995, quando finalmente iniziano i lavori di
recupero e restauro che l’hanno portata ad essere una delle regge più
belle del mondo.

Dal 20 giugno 2014, il turista o il cittadino che vorà visitare la Venaria (ma anche il Castello di Rivoli) potrà salire a bordo della terza linea dell’autobus turistico City Sightseeing denominata “Residenze Reali” e raggiungere, comodamente seduto a bordo,
la Reggia di Venaria Reale, gli Appartamenti Reali all’interno del
Parco La Mandria e il Castello di Rivoli.
La terza linea del City Sightseeing
“Residenze Reali”, è operativa al venerdì, sabato e domenica con
partenza dal capolinea in piazza Castello angolo via Po
(lato caffè
Baratti & Milano); 4 le corse giornaliere, ogni due ore circa, (09.30 – 11.30 – 13.45 – 15.45) che permetteranno di
raggiungere la Reggia di Venaria Reale e gli Appartamenti Reali
all’interno del Parco La Mandria, scendere e visitare le due Residenze
Reali, per poi riprendere l’autobus alla volta del Castello di Rivoli
per visitare il Museo d’Arte Contemporanea.
Durante i restanti giorni
della settimana, dal lunedì al giovedì, l’autobus turistico può essere
richiesto da parte di gruppi o scolaresche in occasione di eventi
specifici per raggiungere anche le altre Residenze presenti in tutta la
Regione.
Per tutto il 2014 il biglietto per la linea “Residenze
Reali” ha un costo promozionale di 10€ ad adulto (ridotto bambini 5€)
con validità 24 ore
; il biglietto per due linee ha un costo di 20€ per
48 ore, tre linee 25€ per 48 ore.

Questa volta vi ho raccontato la storia della reggia, ma le sorprese in serbo per quanto riguarda l’evento Ortinfestival sono tante…quindi
vi dò appuntamento a venerdì  con la fittissima articolazione degli appuntamenti ed una ricetta. Vi anticipo pochissimo: le fragole,
che cominciarono ad essere coltivate a partire dal XVIII secolo (prima
erano solo nella varietà selvatica), sono tra le piantine più semplici
da avvicinare per la coltivazione dell’orto sul balcone. Anche i
“pollici neri” come me possono, con pochi accorgimenti, fare un bel
raccolto!

Gli appuntamenti li trovate qui: click!

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#InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano

Qualcuno di voi avrà sentito parlare in questi giorni di #InvasioniDigitali.

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#InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" class="facebook-share"> #InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" class="twitter-share"> #InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" class="googleplus-share"> #InvasioniDigitali a Torino – Villa della Regina I social per la promozione del panorama culturale italiano" data-image="https://www.ricettedicultura.com/wp-content/uploads/2014/05/facciata_scorcio_zps8659bbe4.jpg" class="pinterest-share">
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Il tartufo bianco d’Alba e i Tajarin Piemontesi per Ville in Italia

Ville in Italia è una società di tour operator nata a Firenze nel 1996 che si occupa di locazioni di breve periodo in residenze di pregio e in villa, su tutto il territorio italiano. Si rivolge ad un pubblico internazionale interessato a soggiornare nel nostro paese in un contesto davvero magico.
Basta sfogliare le proposte per iniziare a sognare fin da subito.
Da qualche tempo a questa parte Ville in Italia è anche un blog che racconta il vivere italiano e le curiosità artistiche, culturali ed enogastronomiche del nostro paese.
Mi è stato chiesto di raccontare qualcosa su uno dei prodotti piemontesi più conosciuti al mondo: il tartufo. 
O si odia o si ama: vi devo dire da che parte sto?
Ecco che, pur fuori stagione, il mio flusso di pensiero mi ha portato ai ricordi della Fiera Internazionale del Tartufo di Alba e a uno dei miei piatti preferiti: i tajarin.
Qui trovate il post in inglese, mentre qua sotto potete leggerlo in italiano.
E al fondo c’è anche la ricetta dei miei tajarin, naturalmente!
Il tartufo è
un tubero che nasce vicino alle radici degli alberi, sviluppandosi come
parassita della pianta stessa. A seconda dell’albero accanto al quale si forma,
cambieranno il colore e gli aromi del tartufo stesso.
Conosciuto
fin dall’antichità, era presente nelle cucine dei sumeri che lo utilizzavano
combinato ad orzo e legumi e, successivamente, dei greci, latini e arabi.
Plinio il
Vecchio ne diede una definizione naturalista: “fra quelle cose che nascono ma non si possono seminare” e
proprio questa caratteristica di casualità determinò la fortuna e il mistero
legato allo strano e imprevedibile tubero
.

cercatore medievale

La sua storia
è segnata da periodi bui – si fu in dubbio, addirittura, se fosse di natura
vegetale o animale – e nel Medioevo, considerato un’escrescenza del terreno
dotata di vita propria, era ritenuto cibo adatto solo alle streghe e ai
diavoli
.

Un tempo era
più facile da trovare, vista la maggior diffusione di boschi e foreste e per il
suo aroma, intenso ma adatto ai palati fini, venne soprannominato “aglio del
ricco
”.

In Piemonte
l’utilizzo diventò particolarmente importante a partire dal XVII secolo, ad
imitazione della cucina francese. Il tartufo nero, più diffuso, veniva usato
nelle farciture, mentre quello bianco più pregiato era usato a profusione nelle
salse e nei condimenti.
Nel ‘700,
ormai vero e proprio prodotto di lusso, veniva cercato dai nobili per
divertimento, in vere e proprie “battute di cerca”
.
Ad opera del
Re Carlo Emanuele di Savoia nel 1751 ci fu anche un tentativo di influenzare il
gusto britannico, diffondendo anche lì il piacere della battuta di cerca e
della grattata di tartufo sulle pietanze ed effettivamente qualche piccolo
tartufo venne trovato anche in terra inglese. 
Apprezzato da
eccellenti personalità, tra cui Lord Byron che lo teneva sulla scrivania al
fine di stimolargli la creatività e Alexandre Dumas
che lo definì il Sancta Sanctorum della tavola, il tartufo
d’Alba come è conosciuto oggi ottiene la sua fortuna in tempi recenti con l’albergatore
e ristoratore albese Giacomo Morra.
Giacomo Morra [immagine da gazzettadalba.it]

Nel 1949
l’intuizione: per risollevare l’economia dopo il secondo conflitto mondiale Giacomo
Morra puntò sul tartufo per farlo diventare un prodotto riconosciuto e il simbolo
di una manifestazione che attirasse l’attenzione di tutto il mondo sulle Langhe
.
Regalò il miglior esemplare raccolto quell’anno all’attrice più amata del
tempo, Rita Hayworth. Da lì ogni anno i tartufi migliori vennero donati a
personalità di rilievo tra cui Churchill, Marilyn Monroe, Sofia Loren,
Hitckcok, Pavarotti e molti altri…ed ebbero il merito di diffondere il mito
di Alba e del suo tartufo bianco nel mondo.

Anche per me
il tartufo è sinonimo di Alba, anche se lo stesso prezioso tubero è raccolto in
diverse zone del Piemonte. È il pretesto che ci spinge ogni anno a compiere
quell’ora di viaggio da Torino per la Fiera Internazionale del Tartufo, per annusare
l’aria profumata, per gustare gli ottimi vini del territorio che con questo
prodotto si sposano ottimamente, e per assaggiare piatti prelibati della
tradizione, insaporiti con il preziosissimo tubero.
Tra questi piatti
spiccano i tajarin, i tradizionali
tagliolini piemontesi, pasta all’uovo già diffusa nel XV secolo. Sottilissima è la sfoglia ed altrettanto sottili vengono “affettati”,
circa 2-3 millimetri.  Vengono conditi per tradizione con il “comodino”, un sughetto
preparato con i fegatini e altre frattaglie di pollo, oppure
semplicemente con burro fuso e profumatissimo tartufo: sono i miei preferiti.

Ecco la
ricetta per farli in casa: Tajarin
(per 4-6
porzioni)
400 g di
farina di grano tenero
3 uova intere
2 tuorli
1 pizzico di
sale
100 g di burro
1 mestolino
di brodo di carne
1 piccolo
tartufo
Disporre la
farina sulla spianatoia creando una fossetta centrale.
Versarvi le
uova intere e i tuorli, con il pizzico di sale, e cominciare ad impastare,
prima con la forchetta e poi con le mani inglobando man mano tutta la farina.
L’impasto deve risultare liscio e sodo, quindi in caso di necessità
aggiungere ancora un poco di farina oppure al contrario lavorarlo con le mani leggermente umide.
Lavorare
l’impasto sulla spianatoia per almeno dieci minuti, finché non è perfettamente liscio ed elastico.
Coprirlo con
un panno pulito inumidito e lasciarlo riposare per un’ora o due.
Riprendere
l’impasto e stenderlo sottilissimo con il mattarello o la macchina per la
pasta.

Cospargere la
sfoglia ottenuta di semola o di farina di mais ed arrotolarla su se stessa. Con
un coltello affilato tagliare i tajarin molto sottili, in fettine di 2-3 mm di larghezza, srotolarli man mano e
disporli in mucchietti.

Quando sono
tutti pronti, lessarli in abbondante acqua salata per 5 minuti.
Pulire il
tartufo con delicatezza, con l’aiuto di uno spazzolino dalle setole morbide e
di un panno.
Nel frattempo
far sciogliere il burro in una padella capiente, stemperandolo con un po’ di
brodo.
Scolare i
tajarin e metterli nella padella, facendoli insaporire con il burro fuso.
Impiattare e
grattugiarvi sopra il tartufo bianco.
…e se non è stagione di tartufi…sono buoni già così! 😉

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Oggi il forno è spento: vi parlo un po’ di me!

Un passaparola si aggira furtivo in rete da qualche mese…e mi son detta che sia un richiamo anche per me?
 
“Blogger We Want You!” è la ricerca che Grazia.it lancia per trovare i propri blogger-collaboratori.
Del magazine Grazia.it io sono addict delle sezioni lifestyle e fashion… ma è su itblogs che vado ad arenarmi: ancora una volta sulle blogger che scrivono di lifestyle, fonte inesauribile di spunto e divertimento, e sulle “food”: ilcavolettodibruxelles vi dice qualcosa? 😉

Adesso tocca a me presentarmi: blogger nell’animo, mi trovate sempre in rete, finestra smisurata su un mondo che vorrei toccare. Un po’ retrò nella sostanza, ho uno stile di vita anni ’50: lentezza in cucina e cene allestite a modo, oggetti vissuti che raccontano una storia, profumo di pane tra le pareti domestiche, torta fatta in casa a colazione, la spesa al mercato su una bici stracarica e sgangherata. Impasto e inforno, friggo, trito e taglio, salto e condisco…e la cucina è il posto dove proprio non riesco a stare ferma.
Questo bombardamento culinario si svolge in una casa con cortile, in una zona tranquilla della mia città, Torino, a cinquanta piccoli saltelli dal Po.

La mia cucina non è solo una coccola per il cuore e lo stomaco, ma è il pretesto per scoprire e raccontare storie avvicenti. Come una Indiana Jones al femminile, in gonnella e grembiule, ricerco e trovo viaggi millenari di cibi che hanno attraversato il globo in lungo e in largo; storie di produttori appassionati che oggi riscoprono il valore della tradizione e del “fatto con amore”; ricette che, come formule magiche, si trovano condivise da madri di famiglia a chilometri di distanza, seguendo i flussi migratori e le vicende storiche, mutando nel nome ma spesso non nella sostanza.
Non di sole ricette ci si nutre qui, ma di pittura e arte, storia e letteratura, e il cibo diventa un succoso pretesto per chiacchierare.
Così accade che vi racconti di un antico piatto piemontese, mentre vi mostro uno dei palazzi più curiosi di Torino, poi, all’ora del té, approfondiamo insieme la conoscenza di una pittrice americana del XIX secolo; più tardi, rendiamo giustizia a Maria Antonietta che non disse mai <<che mangino le brioches…>> e nel frattempo le prepariamo in casa; facciamo un salto a Perugia o a Lisbona… o in tempo di Carnevale e fritole a Venezia.

La mia cucina è un atto d’amore, non solo verso chi si siede a tavola con me, ma anche verso me stessa, e se è normale dedicare del tempo a scegliere cosa mettere addosso, ai capelli, al trucco, ancora più importante è dedicare del tempo a cosa si mette in pancia.
L’atmosfera che mi piace comunicare è quella di una cucina alla portata
di tutti
, una cucina di casa, che sia quotidiana o soltanto domenicale, per il puro gusto di prendersi cura di chi amiamo.
Riscoprire la lenta cucina tradizionale, non vuol dire fare sempre i
salti mortali: talvolta basta organizzarsi con un po’ di anticipo e con i tanti alleati che oggi, al contrario di un tempo, abbiamo in cucina, dagli elettrodomestici al congelatore.
Da qualche mese sto dedicando più attenzione alla fotografia…la strada è ancora lunga, ma molto stimolante!
Ora non mi resta che fare appello ai miei “25 lettori” per raccogliere qualche voto e concorrere a “Blogger We Want You” per Grazia.it. Basta cliccare qui o sul bottoncino a lato, per entrare sul mio profilo e regalarmi un cuoricino!

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Una nuova serata per Platti Atelier del Gusto, va in scena la cucina lucana

Chi mi segue sa quando è nato il mio recente amore per la Basilicata.
Un amore nato con il contest #IoChef lanciato in occasione del 27°
congresso nazionale della Federazione Italiana Cuochi (FIC),
organizzato dall’Unione Regionale Cuochi Lucani, che si è svolto a
Metaponto dal 7 al 10 ottobre 2013.  
In quell’occasione avevo presentato una ricetta a base di melanzana rossa di Rotonda DOP, pane di Matera IGP e peperone crusco di Senise, insieme a un saporito ragù di polpo e qui potete trovare tante indicazioni su questi prodotti.
La mia conoscenza dei prodotti lucani si è evoluta ancora con un altro contest, #MangiareMatera, dove i protagonisti erano il Pane di Matera e le farine di grano duro lucane, recentemente conclusosi con un riconoscimento anche per me: sono arrivata terza nella categoria primi piatti con i Fagottini di Semola di Grano Duro ripieni di platessa ed erbe fini. Questo contest ha anche portato alla pubblicazione di un libro, Grano Duro, Oro Giallo, con tante ricette di bravissimi bloggers.
Ora sono qui a raccontarvi dell’imminente nuovo appuntamento del Caffé Platti per le serate Atelier del Gusto che si svolgerà il 25 e il 26 febbraio prossimi. La protagonista della serata sarà la Lucania e l’attore un altro promettente chef emergente: Matteo Malacarne, chef del ristorante Don Matteo di Matera, ubicato all’interno di Palazzo Gattini, nel cuore dei Sassi. Ancora una volta si tratta di una storia familiare, la mamma e il papà di Matteo lavorano nel ristorante di famiglia, in cucina e in sala. Ancora una volta la promessa di gusti sorprendenti, grazie ai prodotti del territorio.
Qui il menù della serata:

Aperitivo di benvenuto
Panecotto con le rape e pezzentella al finocchietto con passato di zucca rossa e lampascione leggermente croccante
Carciofo con fonduta al pistacchio, cannolo al pecorino di Moliterno, crema caprina e antica insalata di arance, finocchio e melagrana
Triscidd poverelli di casa 
Olio Nuovo…terriccio di zafaran e polpa di acciughe rifiniti con mollica di pane cafone
Scorzette di mandorle di grano Senatore con salsiccia fresca e funghi cardoncelli delle Murge
Involtino di ricciola alla moda Lucana purea di ceci neri e petali di peperone crusco di Senise
Lo Spumone di Matera agli amaretti e noci mascoline con colatura di cacao amaro e…
…la ricotta di pecora allo strazzone al Cordial Caffè e miele di sulla
i vini in abbinamento:
Metodo Classico “Centosanti – sb.2012 – cantina Michele Dragone
Malandrina 2010 – Moro- Cantina Masseria Cardillo, Bernalda
Cordial Caffè Lucano – Cav. P.Vena – Pisticci Scalo
(il costo della serata è di 65€/vini inclusi)
Molti ingredienti presentati in menù rappresentano alcuni dei numerosi presidi e tipicità lucani.
La Pezzentella, anzitutto, tipico salame della montagna materana e presidio Slow Food; poi il Canestrato di Moliterno, formaggio di pecora e capra, maturato nei caratteristici canestri di giunco e con riconoscimento IGP; i triscidd, sono i famosi strascinati, pasta tipica lucana, fatta in casa; il pane di Matera, tra i più pregiati pani d’Italia; i funghi cardoncelli delle Murge appulo-lucane; i ceci neri della Murgia Carsica (io avevo assaggiato quelli di Pomarico); i peperoni cruschi di Senise IGP (potete trovare qualche cenno sul mio post del contest) e il misterioso Zafaran, che non è zafferano ma polvere di peperoni cruschi, dorata e saporita; poi il grano Senatore Cappelli, una delle più antiche e pregiate varietà italiane; e ancora la ricotta di pecora allo strazzone.
Non vedo l’ora che arrivi il 26 febbraio, quando potrò assaggiare tutte queste specialità nella raffinata interpretazione di Matteo Malacarne. E se non avete in programma un imminente viaggio in terra lucana, vi consiglio di approfittare di questa occasione per assaggiare la cucina del Don Matteo, in trasferta sabauda.

Per informazioni e prenotazioni per le serate del 25 e 26 febbraio, potete chiamare lo 011.5069056. 
E per seguire la mia degustazione: #plattiseratalucana #Platti e #AtelierDelGusto.
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Disfida Focaccia con due miti del “cibo da strada” ligure

Vi ricordate della giornata alla focacceria Lagrange? E vi ricordate del contest e della mia focaccia genovese-piemontese?

Ecco, con quella focaccia ho catturato l’attenzione di Salvatore Lo Porto e presto (spero) la prepareremo insieme.
Nell’attesa vi racconto cosa è successo il 3 dicembre in un’altra focacceria del circuito, precisamente alla Focacceria Sant’Agostino di via San’Agostino 6 a Torino.

A darsi appuntamento qui, due dei miti liguri del cibo da strada: Biagio Palombo, il mitico Biagio della Baracchetta di Recco, e Vittorio Caviglia, in un momento di godereccia condivisione di saperi.
Biagio della Baracchetta ha portato con sé tutto il sapere maturato in anni di produzione di una delle più buone e autentiche focacce di Recco; Vittorio ha condiviso invece tutte le regole per produrre la farinata perfetta, del giusto spessore, croccante in superficie e morbida all’interno.
Questa disfida tra Farinata e Focaccia di Recco è stata giocata all’insegna della più grande umiltà, con la regola, ripetuta più volte, che alla base di un ottimo risultato c’è un duro e costante lavoro.
Abbiamo scoperto che la focaccia di Recco richiede una buona manualità, ma il segreto sta nell’elasticità dell’impasto e che la farinata vuole soprattutto un buon equilibrio tra gli ingredienti e un forno molto caldo e che sia perfettamente in bolla.
Abbiamo scoperto che le teglie tonde non sono tutte uguali e che richiedono un trattamento speciale.
abbiamo scoperto soprattutto che le cose più buone sono quelle più semplici: pochi ingredienti di qualità e la passione di una vita.

Qui sotto trovate alcune foto della serata e in fondo la mia focaccia di Recco e la mia farinata (prima della disfida focaccia…non credevate mica che vi avrei rivelato tutti i segreti di Biagio e Vittorio?!?).

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Due serate per degustare (e celebrare!) l’Eccellenza Campana

Chef Luigi Lionetti

Oggi parliamo di cucina campana, e non solo di quella tradizionale, ma di una cucina innovativa, frutto delle ricerche e della sperimentazione del giovanissimo Chef Luigi Lionetti, classe 1984. Il cuoco caprese, con una veloce e folgorante carriera alle spalle è oggi Executive Chef del ristorante dell’Hotel Punta Tragara, 5 stelle lusso di Capri, a due passi (o meglio a due bracciate) dai Faraglioni. Il suo sogno è quello di proseguire nell’eccellenza e di avere un giorno un ristorante proprio, aiutato dai figli (ora due bimbi di 5 e 3 anni) e dagli altri componenti della famiglia, votati alla buona cucina e ai buoni prodotti di un territorio che ne è ricchissimo.

Questa settimana, mercoledì 22 e giovedì 23 gennaio a partire alle ore 20,00, Luigi Lionetti sarà ospite del Caffé Platti di Torino, e regista di una serata all’insegna dell’ Eccellenza Mediterranea. Fagioli di Controne, pomodori di Corbara e Spugnilli del Vesuvio, extravergine d’oliva di Nocellara del Belice, limoni di Sorrento, sono solo alcuni degli attori del menù da lui studiato per l’occasione.

Questo il menù della serata, dove tradizione e innovazione si fondono:

Aperitivo di benvenuto

Zuppetta di fagioli di Controne, scarola saltata e polpo verace alla griglia 
Baccalà confit, ricotta di bufala “Barlotti”, pomodoro di Corbara e profumo ai limoni di Sorrento
 
Risotto mantecato all’olio extravergine di oliva di Nocellara del Belice, carciofi arrostiti di Paestum e seppie 
I Ravioli Capresi, ripieni di caciotta di latte vaccino e maggiorana, salsa di pomodori “Spugnilli del Vesuvio”
 
Branzino d’amo scottato sulla pelle alle erbe aromatiche, variazione di verdure di stagione e la sua clorofilla
 
Babà al rhum, crema chantilly e fragoline di bosco 

Dall’antica tradizione: Torta di mandorle caprese con gelato al latte di bufala

I vini in abbinamento saranno: 
Fiano di Avellino “Pietra Calda” 2012 – Feudi di San Gregorio
Lacrimarosa 2012 – Mastroberardino 
Passito Eleusi – Villa Matilde
(il costo della serata è di 65€/vini inclusi)
Le due serate di mercoledì e giovedì fanno parte del programma 2014 di rinascita del Caffè Platti, uno dei più famosi caffé storici di Torino.
Il locale aprì i battenti nel 1870, come liquoreria in posizione di prestigio, in uno dei grand boulevard di Torino, quello che sarebbe di lì a poco diventato corso Vittorio Emanuele II.
Presto rilevato da Ernesto e Pietro Platti, nel 1902 fu oggetto di un restyling sull’onda della nascente corrente liberty che grazie all’Esposizione Universale si stava fortemente affermando a Torino. 
Tutto al suo interno parla ancora di quell’epoca dorata e scintillante. Bellissimi, e vere e proprie opere d’arte, sono i banconi e le boiseries, ma anche i tavolini in ghisa e marmo e quelli in marmo rosso di Verona. Nel complesso l’arredamento, tutto di celebri manifatture, ci riporta ad un’epoca compresa tra gli anni ’10 e gli anni ’20 del XX secolo. 
Il locale fu fortunatamente risparmiato dai danni del Secondo Grande Conflitto e fu per anni il ritrovo di molti torinesi celebri, tra cui Luigi Einaudi, Giovanni Agnelli, Cesare Pavese.
Questo luogo carico di ormai quasi 150 anni di storia, oggi sotto la nuova direzione di Andrea Sabbia è un locale per ogni ora del giorno, dalla colazione, al bancone o ai tavolini, all’ora di pranzo, con la formula Platti Bistrot a piccoli prezzi, fino al più tradizionale Platti Buffet nelle salette al primo piano; e poi ancora all’ora dell’aperitivo, fino alle 21, fino a diventare Gran Buffet per il brunch domenicale.
E naturalmente Platti è anche Atelier del Gusto, cornice di questo primo incontro dedicato alla Campania, con lo chef Luigi Lionetti, e gli altri che seguiranno (a febbraio sarà la volta della Basilicata), con grandi chef e prodotti di eccellenza di ogni singola regione italiana.
Io parteciperò alla serata inaugurale di domani sera, grazie al cortese invito di Antonella Bentivoglio d’Afflitto, che molti di voi conosceranno per aver organizzato le prime due edizioni della Cena in Bianco di Torino; napoletana DOC, è curatrice per Platti della comunicazione sul web e sui canali social.

Se siete curiosi di assaggiare, non vi resta che prenotare subito! 
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Mercatini Natalizi all’Enoteca Regionale del Moscato

Anche Mango con la sua Enoteca Regionale “Colline del Moscato” ha avuto i propri Mercatini Natalizi.
L’idea è nata vedendo quante iniziative analoghe si stavano svolgendo nei paesi limitrofi: anche il castello di Mango, con i suoi bei soffitti voltati e le sue mura spesse e cariche di storia, doveva per un weekend vestirsi a festa e fare spazio agli espositori.
La scelta è caduta sull’ultimo weekend prima di Natale, per concomitanze con altri eventi nel paese e nelle vicinanze. Molti erano certamente impegnati con le ultime corse ai regali e con l’inizio delle preparazioni per la vigilia di Natale, ma coloro che sono passati al castello hanno trovato tante opportunità per calarsi in un’atmosfera natalizia d’altri tempi, grazie alla musica e ai numerosi ospiti.

In particolare la giornata di domenica ha visto tra i protagonisti i trottolai di
Roccavignale, un piccolo borgo ligure, che sono arrivati con le loro affascinanti trottole a
filo, un gioco antico di almeno 6000 anni, con tutta l’attrezzatura
necessaria a costruirle sul momento. 
Se non siete muniti di un tornio, sappiate che vi serve un vecchio motore da lavatrice e decisamente tanta abilità manuale, ma potete imparare anche voi a costruire trottole di legno…forse non così minute e precise come queste di osso, che sono contenute da un guscio di nocciola vuoto: ce ne staranno almeno una trentina.
Per i bambini, oltre al lancio delle trottole, c’erano due laboratori creativi: quello di decorazione di biscotti, tenuto da Paola Solazzi e quello di pupazzetti di pasta al sale con Bruna Stupino.
 
Per chi lo desiderava c’era la possibilità di passeggiare intorno al castello a dorso d’asino, grazie alle splendide e docili bestie dell’Azienda Agricola Pavaglione, abituate al trekking con i bambini.

A fare il loro figurone alcuni membri della Confraternita della Nocciola, abbigliati con il loro scenografico mantello, con la proiezione di un filmato sulla Tonda Gentile delle Langhe.

Tanti banchetti di esposizione e vendita, con prodotti enogastronomici ed artigianato e tanta musica hanno accolto i visitatori, fino al culmine della giornata, la degustazione guidata di Moscato d’Asti DOCG come sempre condotta magistralmente da Lorenzo Tablino. Non solo degustazione, dunque, ma tante curiose note sul Moscato d’Asti e sull’Asti Piemonte, sulla loro storia e sui produttori; qualche curiosità sugli abbinamenti ed infine la presentazione ancora non ufficiale della raccolta di ricette dei foodbloggers che quest’estate si sono messi in gioco con una bottiglia di Moscato e tantissima fantasia, promossa dall’Enoteca Regionale del Moscato in collaborazione con Ricette di Cultura, Cucina Precaria e Due Cuori e una Forchetta.
Avremmo voluto avere più tempo, per dare anche noi il nostro contributo con qualche ricetta, ma il lavoro è proseguito lesto con il supporto e l’abnegazione di Renata Bonacina dell’azienda agricola Ca’ ad Balos, finanziatrice del progetto grafico e della stampa.
L’obiettivo era quello di mettere in vendita il prodotto già ai mercatini natalizi. Io e Anna ci siamo occupate della raccolta delle immagini, di far da tramite con l’agenzia che si è occupata della grafica e soprattutto di uniformare i testi.
Ecco una piccola anteprima del libricino:

I proventi della vendita verranno utilizzati innanzitutto per pagare le spese di elaborazione e di stampa. In futuro si spera che il libricino possa essere diffuso in enoteche e cantine per promuovere l’uso del Moscato d’Asti DOCG in cucina, in modo che non sia più relegato a vino da dessert ma che conosca una fortuna a tutto pasto!

La presentazione ufficiale sarà in primavera: forniremo a tutti le indicazioni per partecipare!

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Una giornata al Training Center Lavazza: un biscotto ispirato dal caffé!

Lavazza è in Italia e nel mondo sinonimo di caffè ed è una delle più grandi aziende della mia città.

Io mi ricordo delle campagne pubblicitarie con Nino Manfredi, i miei genitori ricordano certamente le lattine sottovuoto con l’apertura ad anello, e il caballero misterioso con la dolce Carmencita.
L’azienda nasce a Torino nel 1895 dallo spirito imprenditoriale di Luigi Lavazza, figlio di agricoltori ma con un’anima votata al commercio. Nel 1910, proprio dalla sua intuizione nasce il caffé in miscela, mentre i concorrenti si limitavano a commerciare le singole varietà. La miscela ha il meritato successo e la Lavazza si trasferisce nei locali più grandi di via San Tommaso.
Nel 1923 il caffè comincia ad essere venduto già confezionato, cosa che migliora la conservazione e il trasporto, e nel 1927 la Lavazza diviene Società per Azioni.
L’azienda supera le difficoltà di due guerre mondiali e del periodo di autarchia, e non smette di espandersi, fino a culminare con una vera e propria rivoluzione per l’epoca: la creazione dei sacchetti con il proprio marchio.
Nel 1950 il primo slogan pubblicitario è “caffè Lavazza, paradiso in tazza… e credo che i moderni pubblicitari prenderanno da qui ispirazione per le pubblicità televisive ambientate in paradiso.
A proposito di pubblicità, Lavazza collabora con lo studio Testa fin dal 1959.


Nel 1979 nasce il Centro Luigi Lavazza per gli Studi e le Ricerche sul Caffè, attuale Training Center, mentre nel 1982 l’azienda apre la prima filiale estera a Parigi.

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Nel 1993 la Lavazza abbraccia l’arte e nasce il primo calendario firmato da Helmut Newton.
Senza mai abbandonare la tradizione del caffè italiano con la moka, Lavazza ha percorso con entusiasmo la ricerca tecnologica per un sistema che faccia affezionare gli italiani anche all’espresso da casa.

La Lavazza Blue viene lanciata nel 2003 ed è solo il primo passo verso l’espresso da casa.
Nell’ottobre del 2007 nasce A Modo Mio: la macchina funziona con capsule predosate acquistabili al supermercato; se prima possedere una macchina da espresso era davvero uno status symbol, oggi  l’espresso da casa diventa davvero alla portata di tutti!
Ancora di più con il nuovo sistema

P { margin-bottom: 0.21cmÈspria, appena uscito sul mercato, dove il sistema  A Modo Mio è coniugato con un design davvero essenziale e misure ridottissime, che permettono di collocarla in qualsiasi cucina.

La visita al Training Center Lavazza, non è stata per me soltanto molto istruttiva, ma in un certo senso d’ispirazione. Non avete idea di quanto si possa nascondere in una tazzina di caffè! Una storia che si perde nella leggenda, dal pastorello etiope Khaldi fino ai giorni nostri; la sorpresa della tostatura, dal profumo di popcorn a quello di cioccolato; l’armonia di un flavour, sensazione simultanea di gusto, aroma e percezione tattile.

Un espresso di qualità si riconosce dalla tessitura della crema, l’aroma fruttato e tostato abbinato alla dolcezza e alla corposità e noi abbiamo provato a lasciarci condurre in un’approfondita analisi sensoriale
Siamo foodblogger, e il nostro senso principe è il gusto, quindi se all’analisi dei profumi abbiamo incontrato qualche difficoltà, gli abbinamenti di gusti ci hanno lasciate a dir poco entusiaste. 
Ogni miscela A Modo Mio è stata associata ad alcuni sapori/abbinamenti che ne valorizzano le note più aromatiche. 
Da lì all’idea di abbinarci un biscotto il passo è stato breve.
Così nasce questo biscotto divino, da abbinare all’espresso “Divinamente”, una delle selezioni particolari di A Modo Mio (in tutto troviamo ben 10 miscele, tra cui il decaffeinato e il caffé lungo).

Il gusto del dattero e quello del cioccolato fondente, risvegliano le stesse note presenti nella miscela, un espresso che viene descritto come <<vellutato, con gusto raffinato e cioccolato>>, e ricordano la medesima texture…perchè a volte solo il caffè non basta!! 😉

La ricetta: Biscotto morbido con cioccolato fondente e dattero per un espresso …divinamente A Modo Mio

ingredienti per 30-40 biscotti:

una ventina di datteri
2 cucchiai di grappa 
175g di farina 00
1/2 cucchiaino scarso di lievito in polvere 
140 g di cioccolato fondente (meglio al 70%)
 
45 g di burro
150 g di zucchero
 
2 uova grandi

Dividere i datteri a metà, togliere il nocciolo e metterli a bagno in acqua tiepida con la grappa.
Far fondere in un pentolino il burro con il cioccolato tagliato a pezzetti.
Sbattere le uova con lo zucchero con l’aiuto di una forchetta.
Quando si sarà intiepidito, aggiungere il burro e il cioccolato fuso, e mescolare bene. Poi aggiungere la farina addizionata del lievito, facendola ben assorbire all’impasto.
Riporre l’impasto in frigorifero per 1 ora e mezza.
Passato il tempo, scolare i datteri, che saranno diventati morbidissimi; inumidirsi le mani e formare una piccola biglia di impasto, del diametro di circa 2,5 cm, schiacciarla sul palmo della mano, mettere una metà dattero e ricoprire con un’altra biglia di impasto, senza schiacciare troppo, come per formare un sandwich e deporlo su una teglia foderata di carta forno.
In cottura il biscotto avvolgerà il dattero quasi completamente, lasciando intuire qualcosina del ripieno…
Ripetere l’operazione fino ad esaurire tutto l’impasto e i datteri.
Infornare ogni teglia per circa 12 minuti a 170°C.
Lasciar raffreddare completamente prima di gustare con la miscela Divinamente di Lavazza A Modo Mio.

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