Soupe Vichyssoise

Un piede nella primavera e uno ancora nell’inverno?
È proprio il momento di gustare la Vichyssoise! Si tratta di una zuppa vellutata a base di patate e porri, con cipolla e brodo di pollo, resa più sostanziosa nella ricetta originale da panna liquida.

Sembrerebbe alle basi della cucina francese, ma è interessante scoprire che è stata invece “inventata” a New York nei primi decenni del XX secolo.
Secondo le ipotesi più accreditate è stato Louis Diat, di origine francese, chef nelle cucine del Ritz Carlton, a far conoscere questa nuova versione della classica zuppa di porri e patate. Lui stesso negli anni ’50 si trovò a raccontare come si fosse rifatto alla tradizionale zuppa di patate e porri che preparavano sua madre e sua nonna. Una ricetta di famiglia, dunque, alla quale il piccolo Louis e suo fratello aggiungevano del latte freddo in estate, per renderla più gradevole con le alte temperature.

La zuppa di porri e patate era quindi un classico alla portata di tutti, che diventa innovativo nel momento in cui inizia ad essere servito freddo e comparire nei menù di mezzo mondo come Crème Vichyssoise Glacée. Diventa una vera e propria istituzione della cucina internazionale, una di quelle ricette che incontra il gusto di tutti, perché particolarmente delicata, semplice ma raffinata.
La tradizione americana inizia fin da subito a sostituire il latte, di Diat bambino, con la panna liquida.
Io ho scelto di aggiungere solo un po’ di latte, ed è già buonissima così.
A voi la scelta se renderla più leggera o più sostanziosa: se alla base ci sono patate, porri e brodo di pollo ottimi, il risultato finale non cambia di molto!

La ricetta: Soupe Vichyssoise

Ingredienti:
300 g di patate (meglio se di montagna)
2 porri grossi (solo la parte bianca)
1 piccola cipolla bianca
500 ml di brodo di pollo filtrato
30 g di burro
100 ml di latte intero
50 ml di panna liquida (per me facoltativa)
sale
pepe
erba cipollina o aneto

Preparazione:
Affettare finemente i porri e la cipolla e tagliare a cubettini le patate.
Fare insaporire i porri e la cipolla a fuoco bassissimo con il burro, finché non saranno ben morbidi, aggiungere poi le patate e coprite con il brodo di pollo, lasciando cuocere a fiamma lenta per mezz’ora o poco più.
Frullare il tutto molto finemente e se occorre passare al setaccio. Far raffreddare completamente.
Allungare la zuppa con il latte o con latte e panna, a seconda dei vostri gusti e infine regolare di sale e pepe.
Conservare in frigo fino al momento di servire con crostini, cipollotto fresco a fettine trasparenti e un ciuffetto di aneto o erba cipollina

.

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Plumcake inglese tradizionale

Plumcake o fruitcake, ma dove sono le prugne?

Il plumcake tradizionale inglese è un dolce semplice, a base di farina, burro, zucchero e uova e tanta frutta secca e candita, che lo rende anche colorato e bello a vedersi. Si serve, d’abitudine, già tagliato a fette, con il té delle cinque, assieme ad altre portate salate e neutre, come tramezzini e scones.

Il suo nome, per chi mastica un po’ di inglese, può ingannare, visto che plum significa prugna, ma nella ricetta tradizionale di prugne non ve n’è manco l’ombra.
Alcune fonti dicono che le ricette più antiche presentavano le prugne secche tra gli ingredienti, ma io mi son chiesta: perché farle scomparire all’improvviso?

(altro…)

Pumpkin pie per la Festa del Ringraziamento

pumpkinspie_slideshow_mini

Cade ogni quarto giovedì di novembre da ogni anno dal 1621.

Di che festa sto parlando? Della Festa del Ringraziamento, il Thankgiving Day statunitense (in Canada lo festeggiano ogni anno il secondo lunedì di ottobre :P).

Ma cosa si ringrazia esattamente?

Il primo giorno del Ringraziamento viene fatto risalire al 1621, al tempo dei padri pellegrini che lasciarono Plymouth, Inghilterra, da perseguitati per motivi religiosi, per il Nuovo Mondo a bordo della celeberrima Mayflower, approdando infine in Massachussets.

Dopo duri mesi di navigazione, ed essere quasi morti di stenti durante il difficile viaggio e durante i primi tempi in terra sconosciuta e ostile, i padri pellegrini si unirono agli indigeni per ringraziare il Signore del primo raccolto in terra americana.

con_h_24-738183_web

Altre tradizioni parlano di un primo giorno del Ringraziamento ancora più antico

(altro…)

Il casatiello

Buona Pasqua di cuore a tutti coloro che passeranno di qui, con il casatiello (nella ricetta spettacolare e a colpo sicuro di Simona Mirto!)

Qui le mie foto. La ricetta la trovate da lei!

Pane carasau e frattau per Informacibo, la Cucina Italiana nel Mondo

 

Tutta presa dalla smania di fare mammagatta, sono stata un po’ lontana dal blog e quindi mi trovo a dover rincorrere i tempi per partecipare ai contest che avevo segnato in agenda.

Assolutamente non potevo mancare all’appuntamento con il contest Bloggalline in collaborazione con Informacibo, per far conoscere La Cucina Italiana nel Mondo in vista dell’Expo 2015.
 
Ho scelto un pane – e di conseguenza un piatto – che mi ricordasse da dove vengo. Ho rispolverato le mie origini sarde e mi sono buttata, senza remore, nello sperimentare questo pane che mi ricorda le estati al mare di quand’ero ragazzina. Compravamo quello morbido, non ripassato in forno. Lo farcivamo di tonno o di formaggio e pomodori a fettine e poi lo arrotolavamo su se stesso, come se fosse un kebab. Lo adoravo; soprattutto adoravo quelle bollicine scure che vengono solo con il calore del forno a legna e che purtroppo non sono riproducibili con il forno di casa.

Per il contest ho preparato il pane e, dopo un primo tentativo un po’ più stentato, l’ho visto gonfiare davanti ai miei occhi proprio come un palloncino. Ho poi elaborato una ricetta tradizionale, il pane frattau, che fa ritornare morbido questo pane, bagnandolo con il brodo e insaporendolo con sugo di pomodoro e pecorino semistagionato, e di solito coronandolo con un bell’uovo in camicia.
 
Il termine carasau significa “biscottato”, ovvero cotto due volte. Le forme di pane, sottilissime, vengono impilate frapponendo tra loro uno strato di tela di lino o di lana, chiamato pannos de ispica o tiazas, poi vengono cotte ad una ad una in forno a legna, finchè il calore non le fa gonfiare come palloncini. Vengono poi estratte dal forno e divise in due strati, con un coltello molto affilato, badando agli sbuffi di vapore bollente che esce all’istante. I due sottilissimi strati ottenuti vengono ripassati in forno a legna fino a diventare croccanti. 
L’eliminazione di ogni umidità permetteva una lunghissima conservazione e, cosa molto più difficoltosa con un pane normale, il sottile strato poteva essere reidratato con brodo o acqua per permetterne il consumo ai pastori che seguivano le loro greggi per mesi, senza mai tornare alla civiltà.
 
Fin qui ho descritto la procedura molto semplicemente, ma in realtà il rituale di produzione di questo pane coinvolgeva molte donne in una sorta di catena di montaggio con un nome preciso per ogni operazione che veniva compiuta.
S’inthurta, la fase che prevede l’impasto vero e proprio della farina con l’acqua dove è stato sciolto il lievito; la fase del cariare o hariare, ricorda l’aratura per la violenza con cui il pane viene impastato sul tavolo, anche molto a lungo finchè non diventa liscio ed omogeneo; poi il pane deve pesare, ovvero alzarsi, lievitare, in speciali conche di terracotta; sestare significa dividere: l’impasto viene suddiviso inporzioni uguali e poi messo nuovamente a riposare per completare la lievitazione. 

Illadare significa stendere: le porzioni di impasto lievitato vengono appiattite con le dita e poi stese in cerchi – tundas – sottilissimi con l’aiuto di un piccolo mattarello. A questo punto ogni tunda viene depositata su una porzione di pannos de ispica che poi viene ripiegato sulla tunda stessa. I panni, che si conservano arrotolati, erano chiaramente tessuti a telaio ed arrivavano ad essere lunghissimi, anche dieci metri, per poter accogliere tantissime tundas e renderle trasportabili fino al forno a legna del paese.
Kokere è il momento della cottura, le tundas vengono deposte sul piano del forno a legna. Il forte calore le fa gonfiare e in questa fase diventano come palloni. Vengono tirate fuori dal forno e subito si sgonfiano. A questo punto un’altra donna si occupa di dividere le due metà, di fresare, una faccia sarà liscia, l’altra ruvida e rustica. Da notare che il verbo utilizzato per definire questa operazione evoca il nome delle friselle pugliesi, proprio perchè anche questi pani vengono divisi longitudinalmente a metà.
Le metà vengono poste sotto un peso, perchè non si curvino prima di essere nuovamente infilate in forno per pochi istanti; è la fase del carasare, ovvero della biscottatura. 
I pani dopo questa fase sono croccanti ed hanno perso ogni traccia di umidità che potrebbe farli ammuffire.
Qui un video bellissimo che illustra tutto il procedimento: 

 

[fonte per le fasi di preparazione: http://it.wikipedia.org/wiki/Pane_carasau]

 
Preparare questo pane in casa è possibile, pur scontrandosi con la difficoltà di un forno elettrico che non vi garantirà mai un risultato perfetto ma, vi assicuro, accettabile e molto soddisfacente. 
Le cose importanti che ho imparato sono tre:
1.  la stesura: deve essere davvero sottile; 
2.  la cottura: il forno caldo e chiuso fino al completo rigonfiamento; 
3. l’impilamento: bisogna schiacciare le forme divise in due con un peso, altrimenti i bordi si arricceranno e curveranno come è successo a me.
 
Non potevo che proporre anche un’idea di consumo per questo pane; il più tradizionale è il guttiau, insaporito solo con olio e sale, quello che vi illustro io è il frattau.
Il pane frattau, un tempo diffuso solo in Barbagia, è oggi diventato una prelibatezza per turisti. I suoi ingredienti semplici e la magia del pane spezzato fanno molto più di ricette complicate. 

 

 

 
La ricetta: Pane carasau e frattau
per il pane*:
250 g di semola di grano duro
140 g di acqua a temperatura ambiente
3 g di lievito di birra
3 g di sale 
 
per farlo diventare frattau:
pane carasau (1 sfoglia e 1/2 a testa circa)
300 ml di passata di pomodoro o polpa di pomodoro fresco a tocchetti
1/2 cipolla
sale
olio extravergine di oliva
erbe aromatiche
pecorino sardo tenero (una stagionatura che permetta di tagliarlo a fettine ancora umido, ma anche di grattugiarlo)
1 uovo in camicia a testa (per farlo in camicia potete seguire questo procedimento)Preparazione del pane: 
sciogliere il lievito nell’acqua, versarla nella farina e cominciare ad impastare, prima con una forchetta e poi con le mani. L’impasto sarà asciutto e compatto; aggiungere ancora il sale e lavorarlo a lungo sulla spianatoia, almeno dieci minuti o un quarto d’ora. 
Mettere l’impasto a riposare nella ciotola al riparo da correnti. Dopo circa un’ora riprenderlo e dividerlo in 4 panettini. Arrotondarli bene e metterli a lievitare al coperto, sotto una pellicola, ben spolverati di semola perchè non si attacchino al tavolo o alla pellicola che li copre.
Quando sono raddoppiati di volume si possono riprendere e si può iniziare a formare le tundas. Appiattire ogni panetto con il mattarello, schiacciando delicatamente e facendogli mantenere sempre una forma circolare. Il cerchio alla fine dovrà essere molto sottile e del diametro di circa 25-30 cm.
Stendere un canovaccio, spolverarlo di semola e deporvi il primo cerchio. Coprire con un altro canovaccio e procedere fino all’esaurimento dei panetti.
Accendere il forno a 220° e attendere il raggiungimento della temperatura. Infornare la prima tunda, l’ideale sarebbe su pietra refrattaria, ma anche una teglia calda va benissimo. Richiudere il forno ed attendere che il pane si gonfi, ci vorrà circa 1 minuto. 

***aggiornamento del 2 agosto: recupero dal cellulare la foto del pane in cottura…un palloncino perfetto!

 
Quando sarà ben gonfio aspettare ancora qualche secondo e poi estraetelo. In questo video Vittorio lavora a forno aperto, probabilmente il suo forno è molto più potente…quando io ho provato ad aiutare il pane a svilupparsi, come fa lui, ho ottenuto il risultato contrario…quindi sperimentate ma in linea di massima il forno deve restare chiuso. Mentre procedete con la cottura degli altri pani, iniziate a separare le due metà del primo, facendo attenzione al vapore che fuoriesce dall’interno. Una volta separate le due metà copritele con un canovaccio e schiacciatele con un peso.
A cottura ultimata procedete biscottando ogni cerchio per un minuto in forno caldo.

Preparazione del pane frattau:
preparate il sugo affettando finemente la cipolla, facendola dorare leggermente in due cucchiai d’olio ed aggiungendo poi la passata di pomodoro in conserva o fresca. Far cuocere ed insaporire il sugo e profumarlo con erbe mediterranee a piacere (basilico, maggiorana, timo, santoreggia…) 
Ammorbidire circa 1 cerchio e mezzo per ogni commensare, prima spezzettandolo grossolanamente e poi inumidendolo di brodo o di acqua. Non inzuppatelo, però, il pane deve mantenere consistenza!
Disporre nei piatti il carasau umido, coprirlo con il sugo di pomodoro, facendone un paio di strati ed aggiungendo qualche sottilissima fettina di pecorino fresco.
Completare con l’uovo in camicia e una grattugiata finale di pecorino.
Servire subito.

 
Durante la fase di spezzettamento le bricioline piccole di pane non vengono gettate ma conservate per essere inzuppate nel caffelatte a colazione!
 
*ricetta del pane rivista e rielaborata da qui
.

 

 

Con questa ricetta partecipo al contest La Cucina Italiana nel Mondo, lanciato in collaborazione con Bloggalline e Informacibo!

 

Salva

Le bugie che uniscono l’Italia…

Forse e senza forse, è il dolce carnevalesco più conosciuto e diffuso, tanto che tutte le regioni d’Italia ne hanno la propria versione e danno loro un nome tipico, caratteristico ed evocativo.
Qui in Piemonte le chiamiamo bugie, un’italianizzazione del ligure böxie, ma attenzione, a Cuneo chiedete le risòle. Dai cenci toscani si passa alle chiacchiere del centro e sud Italia (ma a sorpresa anche a Milano); in Veneto c’è il partito dei galàni e quello dei crostoli, e ci sono crostoli friulani anche ad Imperia. Questi dolci ci fanno viaggiare in tutta Italia.
Se siete di Brescia pare che li chiamiate saltasù, mentre a Reggio Emilia date grossi e sbriciolosi morsi agli intrigoni; a Sulmona, a Carnevale, smettete di sgranocchiare confetti, per dedicarvi alle cioffe e a Caserta i guanti li mangiate, invece di indossarli.
Carnevale a Rimini è tempo di fiocchetti, mentre a Mantova è tempo di lattughe; in Molise si friggono cunchiell’, e in Sardegna maraviglias.
 
A unificare l’Italia con una ricetta ci ha pensato – sempre lui – Pellegrino Artusi, che era di Forlimpopoli, ma cresciuto e vissuto a Firenze, li chiama cenci, nella più diffusa tradizione toscana.
Se ci pensate uno dei nomi più azzeccati, per i croccanti ed stropicciati stracci fritti di pasta dolce.
 
La sua ricetta è la n° 595 dellaScienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, da leggere assolutamente per rilevare alcune note del suo piacevolissimo stile.
 
«Farina, grammi 240.
Burro, grammi 20.
Zucchero in polvere, grammi 20.
Uova, n. 2.
Acquavite, cucchiaiate n. l.
Sale, un pizzico.
Fate con questi ingredienti una pasta piuttosto soda, lavoratela
moltissimo con le mani e lasciatela un poco in riposo, infarinata e
involtata in un canovaccio. Se vi riuscisse tenera in modo da non
poterla lavorare, aggiungete altra farina. Tiratene una sfoglia della
grossezza d’uno scudo, e col coltello o colla rotellina a smerli,
tagliatela a strisce lunghe un palmo circa e larghe due o tre dita. Fate
in codeste strisce qualche incisione per ripiegarle o intrecciarle o
accartocciarle onde vadano in padella (ove l’unto, olio o lardo, deve
galleggiare) con forme bizzarre. Spolverizzatele con zucchero a velo
quando non saranno più bollenti. Basta questa dose per farne un gran
piatto. Se il pane lasciato in riposo avesse fatta la crosticina,
tornatelo a lavorare.
» 
 
Io non so che suppellettili avesse Artusi, ma un gran piatto di bugie lo fate anche con metà dose, se preferite…vero è che una tira l’altra, proprio come le bugie!
 
Non ripeto dosi e procedimento perchè ho seguito proprio la sua ricetta, vi lascio solo qualche indicazione. 

– Le uova aggiungetele una per volta, forse del secondo uovo non occorrerà tutto l’albume.
– Lavorate a lungo l’impasto fino a renderlo ben liscio e rispettate il tempo di riposo, circa mezz’ora o quaranta minuti.
– Tirate la sfoglia sottile sottile, con la macchinetta o con il mattarello. Se avete lavorato bene l’impasto, in frittura si gonfierà, tendendosi, senza rompersi, e le bugie saranno tanto leggere da volare via…
 
Qui sotto vedete lo spessore della sfoglia e la forma che io ho dato alle mie bugie:
 

 

– Per friggere ho usato olio di semi di arachide, tiene bene il punto di frittura, prima di fumare e non le fa diventare troppo scure.
– Controllate il calore con il manico di un mestolo di legno immerso nell’olio: quando si formano delle minuscole bollicine intorno ad esso vuol dire che l’olio è abbastanza caldo per friggere.
– Controllate anche che non diventi troppo caldo: altrimenti le bugie scuriranno in fretta e gonfieranno molto meno. Qui sotto vedete la differenza tra una bugia fritta con la temperatura giusta o con una eccessiva. Se notate che le vostre bugie iniziano a gonfiare un po’ meno e a scurirsi più in fretta, togliete la pentola dal fuoco e lasciate raffreddare l’olio per un paio di minuti.
Friggete tutti i ritagli, anche quelli più irregolari: più sono diverse tra loro, più le bugie sono belle.
 
Scolate le bugie su carta assorbente e man mano trasferitele in una zuppiera dove avrete messo altra carta assorbente. Spolveratele di zucchero a velo, o anche di zucchero semolato ultrafine.
 
Le bugie fatte in casa si ammorbidiscono prima di quelle industriali, quindi fatene poche per volta e godetevele calde o ancora tiepide…prima che volino via!
 

[fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/
http://it.wikisource.org/wiki/Scienza_in_cucina_e_l’arte_di_mangiar_bene ]
 
 

Salva

Fritole venete, per un…Carnevale di Venezia

Il quadro con cui si apre questo post è La venditrice di fritole di Pietro Longhi, dove una popolana veneziana, vestita di abiti dimessi, vende le frittelle carnevalesche a un nobile ben vestito e dall’espressione decisamente poco simpatica, che sventola un grande fazzoletto con il quale, probabilmente, si proteggeva dai terribili miasmi che provenivano dai canali di una Venezia settecentesca.

Pietro Falca nasce a Venezia nel 1701. Si ignora la ragione per la quale abbia scelto il cognome d’arte Longhi, usato soltanto per le questioni riguardanti la sua attività artistica.
Inizialmente segue la moda dell’epoca dedicandosi essenzialmente a pitture di argomento sacro e mitologico. Quella che è interessante è invece la svolta che la sua pittura ha già a partire dagli anni 30 del Settecento, seguendo gli influssi della pittura bolognese. Diventa un pittore di genere, ovvero inizia a raffigurare nei suoi dipinti scene di vita quotidiana vicine allo stile fiammingo, con motivi rustici, contadini e lavoratori delle classi basse; in questa fase molte sue opere vengono erroneamente attribuite ad un altro pittore al quale probabilmente deve molta ispirazione: il bolognese Giuseppe Crespi, lo Spagnoletto.
Dagli anni 40, cambiano gli argomenti rappresentati. Dalle parole del figlio Alessandro, «avendo uno spirito brillante e
bizzarro, posesi a dipinger in certe piccole misure Civili trattenimenti, cioè Conversazioni, Riduzioni; con ischerzi d’amore, di gelosie» avvicinandosi alle tematiche inglesi e francesi: scene di conversazione e scene di corteggiamento. I colori da fortemente contrastati diventano intensi e luminosi e le scene ricche di particolari, con un’atmosfera serena e piacevole.

Intorno al 1750 vengono ripresi i temi di genere, con una  serie di pitture dedicate ai mestieri come ad esempio “Il cavadenti”, “L’indovino” o la nostra “Venditrice di fritole”, figura assai comune nella Venezia di allora in tempo carnevalesco.
A voler ben vedere Longhi non si inventa quasi nulla, visto il dipinto di Gerrit Dou (1613-1675), “La venditrice di frittelle”:
Oppure la stampa di Gaetano Zompini (1700-1778), “Venditore di frittelle”, e in questo caso non si sa se lui si sia ispirato a Pietro Longhi o viceversa.
 
Da queste immagini possiamo dedurre due cose:

– i cibi fritti, venduti agli angoli delle strade erano diffusissimi in diverse parti d’Italia – e d’Europa – già da centinaia di anni, tanto da essere entrati nella raffigurazione di mestieri al pari del calzolaio o del macellaio;
– in alcuni casi le frittelle venivano infilate in uno spiedo per poter essere mangiate ancora calde, senza ungersi le dita.
In particolare le fritole veneziane vantano una storia che risale alla seconda metà del ‘300 e la loro ricetta è una delle più antiche conservate su un documento di gastronomia, oggi custodito a Roma presso la Biblioteca Casanatense. La versione rinascimentale delle fritole fu inserita nel ricettario di Bartolomeo Scappi.

 
Nei Seicento i fritoleri erano diventati tanto numerosi da aver costituito addirittura un’associazione che contava 70 componenti ad ognuno dei quali era assegnata una precisa zona di Venezia in cui esercitare la professione; l’attività era tramandata rigorosamente di padre in figlio.  
Nel Settecento fu proclamata “Dolce Nazionale dello Stato Veneto” ma non è chiaro se nel solo periodo carnevalesco, visto che la frittura veniva fatta in grasso di maiale, o durante tutto l’anno con la versione fritta nell’olio.
 
Testimonianze dell’epoca descrivono i fritoleri.
Pietro Gasparo Moro, nobiluomo veneziano scrive: «Hanno sempre sul davanti un pannolino che s’assomiglia al grembial delle donne, che sembra venuto allora fuor dal bucato. Tengono in mano un vasetto bucherellato con cui gettano del continuo zucchero sulla mercie, ma con tal atteggiamento che par vogliano dire: e chi sente l’odore e il sapore di questa cosa che noi inzuccheriamo?»
Lo storico Giovanni Marangoni, invece, racconta: «Cuocitori e venditori a un tempo, impastavano la farina sopra ampi tavolati per poi friggerle con olio, grasso di maiale o burro, entro grandi padelle sostenute da tripodi. A cottura ultimata le frittelle venivano esposte su piatti variamente e riccamente decorati, di stagno o di peltro. Su altri piatti, a dimostrazione della bontà del prodotto venivano esibiti gli ingredienti usati: pinoli, uvette, cedrini».
 
Carlo Goldoni, nel suo immortalare la quotidianità veneziana al pari di Pietro Longhi, inserì le fritole nella sua commedia Il Campiello del 1756, in cui la protagonista, Orsola, è una fritolera. 
L’attività e i suoi pittoreschi rappresentanti sparirono dalle calli e dai campielli veneziani solo alla fine dell’800, ma ancora oggi è molto sentito il consumo domestico, tra Natale e Carnevale.
Via allora alle fritole, quelle veneziane, con uva passa e pinoli, o quelle di Verona, con la mela a pezzettini nell’impasto.
Sono sfiziose e leggere, assolutamente da preparare per il Carnevale di quest’anno.
[fonti:
http://www.gustosamente.com/article/ea-fritoa-la-storia-della-frittella-veneta-nata-nel-trecento
http://www.culturaitalia.it
http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Longhi
http://www.verona.net ]

 

 

La ricetta: Fritole Veneziane
250 g di farina
150 ml di latte
50 g di uva passa
40 g di zucchero
40 g di pinoli
8 g di lievito di birra fresco
2 uova piccole
1 cucchiaino di buccia di limone grattugiata
grappaolio di arachidi per friggere

zucchero a velo
 
Mettere ad ammorbidire l’uvetta in un bicchiere con un cucchiaio di grappa e un po’ d’acqua.
Sciogliere il lievito in una tazzina di latte leggermente intiepidito.
Mischiare la farina con lo zucchero.
Sbattere leggeremente le uova con il sale, con una forchetta.
Aggiungere in latte con il lievito alla farina, cominciando ad impastare con la forchetta; aggiungere poi le uova e il latte restante. Aggiungere nell’impasto un cucchiaio di grappa e la buccia di limone.
Riporre in luogo tiepido, facendo crescere per 1ora o poco più.
Aggiungere l’uva passa scolata e i pinoli, mescolando con delicatezza e far riposare ancora una ventina di minuti.
Nel frattempo scaldare l’olio.
Friggere le fritole aiutandosi per fomarle con due cucchiai, facendole scendere direttamente nell’olio bollente, badando che crescono in cottura, senza farle dorare troppo.
Spolverare abbondantemente di zucchero a velo e servire subito.
 

 

Salva

CONSIGLIA Ciambella con sorpresa