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I golosi rabatòn, il Monferrato e Mayno della Spinetta

 

Una storia che pare un romanzo e un personaggio che incantò anche Stendhal che, a ragione, lo inserì nel suo scritto “I briganti in Italia” scrivendo:

P { margin-bottom: 0.21cm; } 

« Maino di Alessandria è stato
uno degli uomini più notevoli di questo secolo, si faceva chiamare
Imperatore delle Alpi. Nelle sue giornate di rappresentanza o in quelle
in cui passava in rivista la sua banda, compariva con uniformi e
decorazioni tolte ai generali e ad alti funzionari francesi.
»P { margin-bottom: 0.2

Mayno (o Maino) di Alessandria, Mayno della Spinetta o Mayno della Fraschetta sono sempre la medesima persona, destinata a vita immortale, ma in realtà nata da una situazione assai comune a quei tempi.
Il giovane Giuseppe Mayno, originario di Spinetta Marengo, Monferrato, aveva studiato alcuni anni in seminario, ma ne era fuggito, assieme all’amico Paolo, per insofferenza nei confronti delle regole. Aveva appena 16 anni quando fu testimone di una delle più sanguinose battaglie tra francesi e austriaci, nel 1800, la battaglia, presso Marengo, da cui nacque il mito di Napoleone in Italia ed anche – lasciatemelo dire – quella curiosa ricetta che accosta al pollo, i gamberi di fiume e le uova.
Torniamo a Mayno che, indubbiamente segnato dalla ferocia della guerra, ed abituato ad aggirarsi tra i moribondi austriaci, per procurarsi qualche moneta, non doveva essere di stomaco troppo debole.
Abbandonati gli studi e il seminario, si mise a lavorare con il padre, che faceva il carrettiere, e il viaggio, attraverso terre che erano spesso senza alcuna regolamentazione, lo fece entrare in contatto con i briganti del Monferrato e della Liguria, uomini che si erano dati alla macchia per sfuggire alle tasse e ai soprusi francesi. La dominazione francese doveva stare stretta anche ad uno spirito ribelle come quello di Mayno e, tre anni dopo la celebre battaglia di Marengo, ci fu la svolta.
Giuseppe si innamorò della nipote del parroco del paese di Spinetta Marengo, Maria Cristina Ferraris, che era pure la sorella del fedele amico Paolo. A quei tempi non ci si perdeva in chiacchiere e, a soli 19 anni, Mayno era pronto a convolare a nozze.
Il matrimonio si tenne quindi nel febbraio 1803, ma nel pomeriggio stesso, durante la festa di nozze, tra i tanti invitati, fece capolino Lanzone, zio di Giuseppe, brigante da tempo alla macchia in una delle bande più efferate tra Francia e Piemonte. Non che Lanzone fosse arrivato con cattive intenzioni, ma si sa, tra una fetta di salame e un bicchiere di vino, ci si ritrova mezzi ubriachi… e zio e nipote, nel giro di un attimo, si ritrovarono a sparare in aria che “manco a Piedigrotta”.
Ahimè la gendarmeria francese aveva proibito qualsiasi sparatoria, fosse anche per festeggiare, ed intervenne nella faccenda: il risultato fu la morte proprio di alcuni gendarmi.
Io credo che Maria Cristina non la prese troppo bene, nel veder il suo novello sposo abbandonare il tetto coniugale, ancora prima che le nozze fossero consumate.
Forse per l’episodio degli spari durante la festa di nozze, forse per aver disertato alla leva obbligatoria decretata dagli occupanti francesi, ad ogni modo, Giuseppe si vide costretto a seguire lo zio Lanzone, che militava tra le fila del brigante Arragon, una sorta di Carmine Crocco ante-litteram, a metà tra storia e leggenda e che all’epoca seminava davvero il terrore tra chiunque gli si opponesse.

Forse lo avrete già capito, ma io lo ripeto ancora, Giuseppe Maino non era tipo da sottostare a chicchesia e così, Arragon, dopo solo un paio di mesi che Mayno era entrato nella compagnia, morì misteriosamente da avvelenamento di funghi, raccolti proprio nella zona di Spinetta Marengo da Cambiaso, nuovo amico del nostro “eroe”.
Così Giuseppe successe al comando e per ufficializzare la sua ascesa, decise di cambiare il nome della banda, chiamando in causa la religione, in un’epoca in cui gli invasori rappresentavano anche l’ondata anticlericale post-Rivoluzione Francese.
Il nuove nome venne proclamato con una messa officiata dal parroco di Pietrabissara, e si costituì ufficialmente la Compagnia di San Giovanni. Questa presunta santità, pure della banda, faceva da contrapposizione moralizzatrice all’empietà francese. Mayno assunse così la fama di un Robin Hood: restituiva al suo popolo una dignità morale ed economica, ed insieme si vestiva di un affascinante alone di mistero, dovuto ai suoi molti travestimenti, che contribuì ad alimentare il mito. Se ve lo state chiedendo, no! Giuseppe Maino non era uno stinco di santo, anzi, razziava e uccideva a suo gusto…ma che volete eran tempi bui. Se al di qua delle Alpi poteva apparire come un eroe, per il governo francese egli era il P { margin-bottom: 0.21cm; }«Terreur des Departements au delà des Alpes ».

Poi, dopo un lungo periodo in cui l’ascesa di Mayno sembrava inarrestabile, dopo l’attacco alla carrozza colma d’oro dell’esercito francese, sbaragliando il colonnello Martin de la Tournière con un duello all’ultimo sangue; dopo l’assalto alle carrozze papali di Pio VII, che si recava a Parigi all’incoronazione di Napoleone; dopo gli sgarri e le umiliazioni perpetrate ai danni del generale Milhaud e al commissario Saliceti, qualcosa andò storto.
E come nei migliori romanzi – e tante volte nella vita reale – quello che fregò il nostro Mayno fu l’amore.
Fin dal principio le visite alla moglie si svolsero sfruttando un nascondiglio che gli permetteva di dileguarsi non appena i gendarmi francesi si avvicinavano. Ma il dispiacere di Mayno nel non poter vivere pienamente la vita familiare, soprattutto dopo la nascita della figlia, si acuì già dal 1804. Passarono ancora due anni, durante i quali la prudenza lasciò spazio sempre più all’improvvisazione, due anni di fughe rocambolesche proprio all’ultimo istante, prima di esser preso, ed infine così andò.
Il 12 aprile 1806, gli venne tesa un’imboscata dalle dinamiche non chiare, tanto che i gendarmi francesi si contraddirono più volte nel riferirne, e Mayno, così come era sorto, tramontò, colpito da una fucilata e morto sul colpo, non prima di aver inferto a sua volta ferite mortali agli assalitori.
Il suo corpo martoriato dai colpi di pallottola e dalle sciabolate venne esposto in Piazza d’Armi ad Alessandria con il cartello: Così finisce Giuseppe Mayno della Spinetta, brigante.
Venne poi sepolto in una fossa comune, nudo,  i suoi vestiti venduti come ricordo o reliquia di un uomo che, nel bene o nel male, non si volle piegare, e da lì iniziò la sua leggenda. 
[Fonti: 
– http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Mayno
– http://www.inchiostrofresco.it/biografie/2014/09/18/storia-leggenda-straordinaria-vita-brigante-maino/ (un grazie enorme a questo testo esaurientissimo!)
– http://pulcinella291.forumfree.it ]
 
Non so a voi, ma a me questa storia ha messo appetito e come rendere onore a Mayno della Spinetta se non con una ricetta tipica del suo territorio?
Ecco a voi i Rabatòn, a base di ricotta uova ed erbette e gratinati al forno, croccanti fuori e teneri dentro, proprio come quel bravaccio di Mayno!
Il nome Rabatòn deriva da “rotolare” il gesto che si fa sulla spianatoia per dare la forma tipica.

La ricetta: Rabatòn


350 g circa di erbette (io borragine, spinacino, bietoline, cicoria surgelate dalla primavera – si usano anche: ortica, luppolo, tarassaco, silene, papavero)
1 noce di burro
1 spicchio d’aglio
125 g di ricotta sgocciolata
40 g di Parmigiano Reggiano
1 uovo
pan grattato q.b.
1 ramettino di prezzemolo e 1 di maggiorana
2 cucchiai di farina
sale

Sbollentare le erbette e strizzarle, poi tritarle e insaporirle in padella con burro e aglio.
Metterle in una terrina ed aggiungervi la ricotta, l’uovo, con un pizzico di sale, il parmigiano, prezzemolo tritato e maggiorana, e formare un impasto omogeneo; poi aggiungere il pangrattato fino a trovare una consistenza lavorabile.
Spargere sulla spianatoia la farina; formare con le mani dei cilindri in impasto e farli poi rotolare sulla farina, fino a renderli regolari.
Lessare i cilindri in acqua salata, pochi per volta e poi disporli in una pirofila imburrata, infornando a gratinare in forno già caldo a 190°.

 

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