Canelés salati con porro di Cervere e Bûche de chevre per il contest #Kikkomania

canele-kikko_slideshow_miniLa seconda ricetta per il contest #Kikkomania in collaborazione con la salsa di soia #Kikkoman e #ifoodit è di ispirazione francese.

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Sono partita dalla classica ricetta dei canelés (o cannelés) e li ho rielaborati in salato con del delizioso formaggio bûche de chevre e il porro di Cervere, saporitissimo ortaggio piemontese IGP.

La ricetta la trovate cliccando qui. Vi invito a provarla, perché è deliziosa e si può preparare l’impasto in anticipo, cuocendo un’ora prima di servire, quindi si tratta di un antipasto adatto anche alle prossime feste natalizie. Procuratevi uno stampo per canelés o mini-canelés o per tortine, ma in silicone di ottima qualità, perché la caramellatura riesca perfettamente.

Con le immagini seguenti partecipo al contest fotografico legato a Kikkomania:

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#EffettoCarrefour nuovo concept di spesa al Carrefour di Nichelino

Il 19 luglio è stato inaugurato un nuovo ipermercato Carrefour a Nichelino, nella prima cintura torinese, inserito nell’ambito della creazione di un nuovo Parco Commerciale che vedrà la luce nel 2017.

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Si tratta del secondo ipermercato concepito secondo un nuovo format di esperienza di spesa, dopo quello di Carugate (MI), che prevede la stimolazione dei cinque sensi

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Foodora a casa di Ricette Di Cultura!

Venerdì scorso ho accettato un invito a cena molto particolare… già, perché era proprio a casa mia!

Ho avuto infatti modo di provare Foodora, la start app del food delivery che porta a domicilio cibi da ristorante, nel tempo ridotto di trenta minuti che passa dall’ordine alla ricezione, e con la possibilità di preordinare anche in anticipo.

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L’ordine si effettua dalla app Foodora, pagando tramite carta di credito o paypal, con un costo di consegna di € 2.90.

La novità qual è? Si può scegliere tra una varietà molto ampia di attività gastronomiche diverse tra loro, dalla pura gastronomia, alla panineria, al fastfood chic, alla trattoria italiana, fino ad arrivare a ristoranti di un certo livello come Oinos o Bomaki; al momento c’è una preponderenza di ristoranti orientali, dai giapponesi specializzati in sushi (la grande star del food delivery) a quelli thai.

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Focaccia della Befana

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La focaccia della Befana è il dolce  che qui in Piemonte si mangia per l’Epifania. E’ una focaccia soffice, dall’impasto profumato di arancia, simile a quello della Colomba pasquale.
Al suo interno si nasconde una fava secca e chi la trova, secondo la tradizione, deve pagare la focaccia! L’usanza è diffusa in altre parti d’Europa, in Francia in particolare, dove esiste la galette des rois, tutta diversa nella forma, ma con la peculiarità di avere una o due fave al suo interno: una per designare il re della festa, e la seconda per decidere chi offre questo benedetto dolce!

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#YesVendemmia alla scoperta dell’arte della vendemmia nel Pinerolese

Grazie a Camera di Commercio di Torino, di Yes! Torino e con la collaborazione di Strada Reale dei Vini quest’anno ho avuto l’opportunità di partecipare a #YesVendemmia, il progetto volto a valorizzare l’arte della vendemmia nella provincia di Torino.

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Quattro le zone del Torinese vocate alla produzione vinicola, il Canavese, la collina Torinese, la ValSusa e il Pinerolese. Mi è toccata quest’ultima, terra di scoperta e di approfondimento e a me totalmente sconosciuta sul fronte della produzione vinicola.

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Tonno di coniglio, un piatto antico per tempi moderni

Se l’idea di un “tonno di coniglio” vi evoca alla mente immagini di personaggi mitologici, mezzo leporide e mezzo pesce, allora non siete piemontesi.
Qui in Piemonte il tonno di coniglio è una ricetta diffusa e conosciuta, in particolar modo nelle campagne, che ora sta ripopolando anche i ristoranti più raffinati.
La parola “tonno” fa riferimento alla consistenza del piatto finito e alla sua conservazione sott’olio, mentre la carne utilizzata è proprio quella del coniglio, ma può essere fatto, con risultati ottimi, anche con altri tipi di carne bianca. Il segreto sta proprio nella fase-tonno: la carne bollita a lungo diventa tenera e si sfilaccia, senza disfarsi, ma è l’olio con gli aromi e il riposo a fare la magia. Dopo 24 o ancora meglio 48 ore vi troverete con una carne saporita, tenera, profumata di aglio e salvia e che si conserva a lungo in frigorifero.


Pare che la ricetta sia stata inventata nel Monferrato, ma è attualmente anche una specialità Langarola: in realtà era diffuso in tutte le realtà contadine della regione, per alcuni motivi.
I conigli venivano macellati ma non esistevano i frigoriferi e i congelatori per conservarli, dunque si ricorreva all’olio, il conservante più antico (e sano!) del mondo.
In secondo luogo i contadini lavoravano per molte ore nelle vigne e nei campi, dall’alba al tramonto; il tonno di coniglio era facilmente trasportabile in vasi di vetro, si gustava freddo e poteva essere preparato con anticipo, interrompendo il lavoro giusto il tempo di rifocillarsi.
E infine…perchè è strepitosamente buono: la lunga cottura in un brodo ricco di aromi, insaporisce la carne, l’olio e la marinatura fanno il resto.
Se siete abituati a portarvi il pranzo in ufficio, questa ricetta è assolutamente da provare, con un po’ di insalatina, magari con l’aggiunta di rondelline di sedano e nocciole spezzettate, sarà un pranzo strepitoso.

La ricetta: Tonno di Coniglio (ricetta modificata da Sapori Piemontesi)
1,5 kg di coniglio (cosce e davantini, già pulito, senza le interiora e la testa)
1 cipolla media
1 pezzo di porro
1 carota
2 coste di sedano
2 foglie di alloro
2/3 rametti di timo
1 ciuffo di prezzemolo
2/3 chiodi di garofano
3 grani di ginepro schiacciati
sale

dopo la cottura:
foglie di salvia e spicchi d’aglio a piacere
olio extravergine di oliva

In una pentola capiente mettere tutti gli aromi per il brodo. Portare ad ebollizione, poi salare ed immergere i pezzi di coniglio lavati bene con acqua e aceto. Far riprendere l’ebollizione e far poi sobbollire per un’ora e mezza.
Spegnere e lasciar intiepidire il coniglio nel suo brodo (brodo ottimo, magro, filtratelo e consumatelo come più vi piace).
Quando la carne è tiepida, ripulirla da tutte le ossa e i nervetti e metterla in una ciotola capiente. Condirla con un filo d’olio ed aggiustare di sale, se occorre.
In vasi di vetro disporre il coniglio a strati e su ogni strato mettere un paio di foglie di salvia e uno (o mezzo) spicchio d’aglio, a seconda del vostro gusto. Coprire di olio, eliminando le bolle d’aria e far riposare al fresco per 24 ore.
Se aspettate 48 ore, il vostro tonno di coniglio sarà ancora più buono.

La merenda ottocentesca e il biscotto Garibaldi

Esattamente due anni fa vi avevo parlato della mia merenda reale a Palazzo Chiablese. Si trattava della rievocazione di una tipica merenda settecentesca con cioccolata calda, rigorosamente preparata con acqua calda, e bagnati, i caratteristici biscotti e dolcetti da inzuppo, che venivano serviti nel ‘700, nelle case nobiliari dove l’abitudine della merenda si stava diffondendo. Tazza nella mano sinistra e biscottino nella destra, queste occasioni mondane “casalinghe” duravano dalle 2 del pomeriggio fino alle 10 di sera. L’assortimento di dolcetti, preparati dai cuochi della Casa Reale e delle famiglie nobiliari che ospitavano la merenda, era notevole, dai savoiardi, i più antichi biscotti piemontesi, ai torcetti, ai canestrelli, ai baci di dama, alle immancabili meringhe. La serata si concludeva con un diablottino, l’antenato di tutti i cioccolatini.

J.B. Charpentier Le Vieux – La tazza di cioccolata – 1768

La merenda che ho gustato due settimane fa si rifaceva, invece, ad uno stile ottocentesco.
Nei caffè torinesi si diffondeva il Bicerin*, bevanda a base di cioccolato, caffé e crema di latte, inventata da Giuseppe Dentis, alla fine del ‘700, nell’omonimo locale torinese che sopravvive ancor oggi. Nei caffè entravano ormai anche le donne, senza suscitare scandalo, all’uscita dalla messa, per rifocillarsi con qualcosa di caldo e sostanzioso e il rito del bicerin sembrava nato apposta: un bicchiere colmo di una bevanda calda e dolce e un biscotto per riempire lo stomaco. Il rito si diffonde a tutti i livelli sociali, accanto alla gran dama si trovava l’ambulante; accanto a qualche azzimato signore, faceva colazione la lavandaia: per questo a Torino si dice che il bicerin è democratico! Il costo era popolare, solo 15 centesimi e si poteva scegliere come comporlo: “pur e fiòr”, caffè e latte, “pur e barba”, caffè e cioccolato e infine “un po’ ’d tut”, composto dai tre ingredienti, il bicerin proprio come lo conosciamo ancora oggi.

J. Beraud – La pasticceria – 1889

I biscotti da accompagnare andavano dai più leggeri ai più sostanziosi: ancora dolcetti come i baci di dama o i torcetti, arrivati dalle panetterie delle valli montane; se ne diffondono di nuovi: il chifel, delizioso e leggero croissant importato dalla regina austriaca Maria Adelaide, il foré di meliga, i biscotti bicciolani di Vercelli, ricchi di spezie esotiche, il democratic e il parisien. Il garibaldin, altro non è che una fetta di pane e burro, mentre il biscotto Garibaldi arriva dall’Inghilterra  per celebrare l’Eroe dei due mondi.
Pare che nel 1854 Giuseppe Garibaldi passò da Tynemouth vicino a Newcastle e gli inglesi decisero di dedicargli questo biscotto: due strati di pastafrolla al limone, e nel mezzo uva passa ammorbidita nel liquore (o più spesso ribes) e confettura di albicocche. Il biscotto Garibaldi è un grosso e lungo rettangolo, che si spezza poi in porzioni più piccole, si prepara con una frolla ovis mollis e viene fatto riposare almeno una notte, dopo la cottura: diventa più buono con il tempo!

Io vi lascio la ricetta, ma se passate da Torino non perdete l’occasione di gustarvi una #merendareale, senza prenotazione, e in molti caffé del centro o delle residenze reali: 10 euro per la settecentesca e 12 per quella ottocentesca. La cioccolata o il bicerin viene servito con una selezione di raffinati biscotti di pasticceria e un piattino, rispettivamente, di torroncini e diablottini, oppure di nocciolini di Chivasso e gianduiotti. Tutte le informazioni e i locali aderenti li trovate qui.

*della storia del bicerin e dell’omonimo locale torinese vi ho parlato diffusamente qui

La ricetta: Biscotto Garibaldi
150 g di farina
100 g di burro di ottima qualità
50 g di zucchero a velo
3 tuorli sodi
la buccia di un limone
1 pizzico di sale
60 g di uva passa
grappa per ammorbidire l’uva passa
confettura di albicocche

Preparare la frolla ovis mollis facendo sabbiare la farina con il burro freddo e lo zucchero, aggiungere i tuorli passati al setaccio, la buccia di limone e il sale, ed impastare rapidamente fino ad ottenere un panetto liscio ed omogeneo. Riporre in frigorifero per un’oretta.
Mettere ad ammorbidire l’uva passa nella grappa.
Dividere il panetto in due parti uguali e stenderle con il mattarello ad un’altezza di 3-4 mm. Riporre ancora in frigo per mezz’ora.
Stendere sulla prima sfoglia un sottilissimo strato di confettura, poi spargere l’uvetta scolata.
Scaldare il forno a 180°
Intanto coprire con la seconda sfoglia e schiacciare leggermente con il mattarello. Per creare una decorazione, passarvi sopra il dorso di una grattugia. Trasferire il tutto su una placca rivestita di carta forno. Tagliare i biscotti in lunghe strisce e separarle leggermente, o aspettare il dopo cottura.
Spennellare con bianco d’uovo e una spolverata di zucchero a velo ed infornare per circa 12-13 minuti, controllando che non scuriscano. Sfornare ed attendere che raffreddino prima di spostarli, perchè molto fragili.

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