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Il Tiramisù

Eccomi qui al classico, abusato ed immancabile post sul Tiramisù.

 Non potevo esimermi visto che a Pasquetta è stato richiesto a gran voce e poi divorato.

Inutile dire che le leggende, riguardo questo dolce caloricamente devastante, si sprecano e che mai sapremo la verità riguardo la sua invenzione.
Cercando fonti certe bisogna fare riferimento alle origini trevisane del dolce. La sua forma è in effetti facilmente assimilabile ai dolci cremosi tanto diffusi in ambito asburgico ed inglese, quindi non ci sarebbe nulla di strano se fosse stato messo a punto proprio in quel di Treviso, dove il mascarpone, o mascherpone (da mascherpa, forma dialettale lombarda che significa crema di latte), era facilmente reperibile.
Giuseppe Maffioli, scrittore ed enogastronomo, trevigiano d’adozione, storicizza nel 1981 la creazione del dolce, e fissa la data, verso la fine degli anni ’50, e il padre, Roberto Linguanotto, chef del ristorante Le Beccherie di Treviso; Maffioli non lo chiama Tiramisù, e lo definisce semplicemente come una variante veneta della zuppa inglese. 
Anche il ristorante El Toulà se ne attribuisce la paternità, giustificando la sua antica contiguità con una casa chiusa e la necessità di fornire agli avventori un dolce che desse la giusta energia per affrontare impegnativi incontri amorosi…da cui il nome Tirame-su, da tirarse su, recuperare le energie.
 
Se il mascarpone, prodotto facilmente deperibile e difficilmente trasportabile, venne aggiunto quasi certamente in ambito veneto, è giusto ricordare che un antenato del Tiramisù, detto “Zuppa del Duca”, venne preparato per la visita a Siena del Granduca di Toscana Cosimo iii de’ Medici. Al Granduca questa zuppa golosa piacque così tanto che se la portò anche a Firenze, dove verosimilmente fu assaggiata dalla più grande varietà di artisti e viaggiatori che potrebbero averla fatta conoscere anche in altre parti d’Italia.
 
Anche il Piemonte vuol dire la sua, e parla di un provvidenziale pasticcere piemontese che con il dolce diede la giusta energia a Camillo Benso, conte di Cavour, stremato dagli sforzi per unire l’Italia.
 
L’arrogazione più recente è quella del signor Carminantonio Iannaccone, campano di Avellino, cameriere e pasticcere in mezza Italia, poi emigrato a Baltimora, che dice di aver inventato personalmente il Tiramisù quando lavorava a Treviso, ma nella sua ricetta aggiunge tutta una serie di ingredienti che la americanizzano non poco.
La città di Treviso si è mossa, protestando a gran voce, e presto chiederà il brevetto per il dolce, ma questo non mi vieterà di preparare il Tiramisù in tutte le sue golose varianti, chiudendo un occhio sulle calorie.
 
Ed ora, finalmente la ricetta: Tiramisù
 
400 g di savoiardi
500 g di mascarpone
6 uova
120 g di zucchero più qualche cucchiaio per zuccherare il caffè
2 caffettiere da 6 tazzine e 1 caffettiera da 4 tazzine di caffè non troppo forte
cacao zuccherato in polvere
 
Essendo abituata a lavorare con mini quantità, mi sono un po’ intimorita, immaginando schiere di galline che sfornavano uova a tutto andare, mucche con la fronte corrugata, concentrate nel produrre il latte per il mascarpone, e grandi donnone, impastatrici di savoiardi, con le braccia grosse.
Con queste dosi sono venute due teglie rettangolari di 35×25 cm circa e 16 fette di tutto rispetto.
 
Preparazione:
Ho preparato il caffè, l’ho zuccherato e l’ho messo a raffreddare in un recipiente largo.
Ho lavorato il mascarpone con una forchetta per ammorbidirlo.
Ho montato i tuorli con lo zucchero e poi ho aggiunto il mascarpone cremoso.
Ho montato gli albumi con un pizzico di sale e gli aggiunti al composto, mescolando dal basso verso l’alto.
Ne è venuta fuori una crema soffice soffice, golosa, chiara e quasi inconsistente, come nuvolette.
I savoiardi li ho bagnati velocemente nel caffè tiepido e disposti sulle teglie; poi uno strato di crema, un altro di savoiardi e uno ancora di crema.
In superficie ho messo una spolverata di cacao zuccherato.
 
Il dolce è rimasto in frigo per tutta la notte, quindi ha assunto una consistenza perfetta, tale che le fette fossero facilmente prelevabili dalla teglia e stessero ben ferme in piedi.Come vino in abbinamento gli esperti consigliano le bollicine, che lavino via dalla bocca la sensazione cremosa e ridestino il palato, quindi via libera agli spumanti.

 
Il golosone (e si vede!) Cosimo III de’ Medici, 1660 circa, nel ritratto di Justus Sustermans (1597-1681).
Il pittore fiammingo era ritenuto, all’epoca, il più importante e raffinato ritrattista esistente in Italia.
 
 

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